“Gravity” ha già incantato il Lido
La storia di due astronauti alla deriva nello spazio,
tormentata opera del regista Alfonso Cuaròn,
entra di diritto nella categoria dei kolossal d’autore
Lettura 2 min.Come gli amanti disperati di Kitano due astronauti vagano nello spazio legati da un cordone di sicurezza che li tiene uniti e attaccati alla vita. Inizia nel segno del kolossal d’autore la 70esima edizione della Mostra del cinema di Venezia, mantenendo quanto promesso (almeno al primo giorno…): Gravity di Alfonso Cuaròn porta al festival la giusta miscela qualità, spettacolo e divi che il direttore Barbera aveva messo come condizione per la “sua” rassegna. Ardita e complessa opera di genere, Gravity è un dramma fanta-filosofico, in 3D, girato in maniera ineccepibile e a tratti con soluzioni sorprendenti, che racconta l’odissea dei due astronauti Ryan Stone (Sandra Bullock) e Matt Kowalsky (George Clooney) che alla deriva nello spazio, all’esterno della loro navicella andata distrutta, cercano una maniera per tornare a casa. Sospesi a 600 chilometri di altitudine sul pianeta, legati uno all’altra, con poco ossigeno e nel silenzio totale dello spazio la domanda che si possono fare è sempre e solo una: «C’è qualcuno?».
Un grido, un’invocazione che rimbomba nei loro caschi e che si perde chissà dove, e che dà il senso di disperazione e di ricerca dei due personaggi che hanno fame d’aria e di vita mentre guardano da lontano la Terra, la loro casa, così lontana e irraggiungibile.
Semplice, blu e impossibile da toccare: il pianeta che i due hanno lasciato per la missione (la riparazione di un satellite in orbita) è al contrario sin dalla prima scena un personaggio aggiunto, autentico protagonista muto immerso nel buio dello spazio.
Si riflette nei caschi, nelle pupille degli astronauti, viene inquadrato dall’oblò di un portellone, è la meta che i due sopravvissuti cercano di raggiungere, la casa, la terra dove poter “riaffondare” i piedi, l’oceano all’interno del quale poter riprendere vita e respiro.
Ci ha messo 5 anni per pensarlo e realizzarlo il regista Alfonso Cuaròn e ha richiesto un’opera assai complessa per ricreare l’effetto dell’assenza di gravità e per coordinare il lavoro degli attori con quello dei tecnici, ma alla fine Gravity è un film riuscito e decisamente avvincente. Un esempio di kolossal d’autore che sceglie la strada del genere, la fantascienza (che al festival avrà almeno un altro importante “seguito”) e che seguendo l’esempio di grandi classici mette in un sottotesto molti temi: la ricerca di un senso da dare alla vita e il confronto con la morte innanzitutto, il legame che può salvare e la necessità di risposte a quesiti assolti, primordiali.
Il regista uccide e poi fa rinascere i suoi personaggi, li spedisce in orbita in una bolla tridimensionale senza aria e senza rumori, li tiene aggrappati per un cavo, una corda che può essere la salvezza ma anche la loro condanna ma sempre, sullo sfondo o in primo piano, tiene lo sguardo su quel pianeta lontano e su quelle poche domande senza tempo. Domande che anche senza gravità rimbombano ad alto volume, mentre le sagome degli astronauti si allontanano in sequenze di grande bellezza e spettacolarità, come quel primo lunghissimo “piano” iniziale lungo 17 minuti che toglie il fiato.
Lucio D’Auria
VENEZIA 70 - Come gli amanti disperati di Kitano due astronauti vagano nello spazio legati da un cordone di sicurezza che li tiene uniti e attaccati alla vita...
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