Franco Forte, killer e “bravi” a Milano nel Cinquecento

«Un indizio resta tale, se non sgomberi la mente e non gli dai la dignità che merita... Segui il filo del ragionamento: legata all’altro capo troverai la soluzione». E «se cerchi la verità, trascura l’aspetto delle persone. È negli occhi che troverai ciò che serve». E ancora: «Se hai un dubbio, prosegui. Se ne hai due, fermati e ricontrolla. se ne hai tre...metti tutto da parte e riparti dal principio». Infine: «Impara a leggere nello sguardo delle persone. È lì che si annida l’anima criminale». Con un distillato di consigli così puntuali, figli di innata saggezza ma soprattutto di concreta esperienza della vita e degli uomini, Niccolò Taverna non poteva che superare il padre Amerigo (autore di tali “perle” poste come incipit nei capitoli del libro) nelle mansioni che fu chiamato a svolgere nella Milano della seconda metà del Cinquecento: mansioni ereditate proprio dal genitore, a lungo notaio criminale al servizio del Capitano di Giustizia del Ducato lombardo. Un ruolo che nulla ha a che vedere con quello dei ricchi e preziosi esperti in scartoffie del giorno d’oggi, ma che è piuttosto assimilabile alle funzione di un moderno ispettore di polizia. E di un Maigret cinquecentesco Niccolò Taverna aveva tutte le caratteristiche: grande attenzione al dettaglio, tecniche d’indagine raffinate, acume, circospezione, capacità di leggere l’animo umano, azzardo, fiuto...Avevamo seguito le avvincenti imprese del valoroso (e immaginario ma non troppo) notaio meneghino poco più di due anni fa, nelle pagine del primo thriller storico di Franco Forte ambientato nella Milano spagnola: Il segno dell’untore. Oggi Taverna jr torna a intrigare i lettori nella nuova avventura che l’autore di Casaletto (ma sandonatese di origini) gli ha costruito attorno in questo romanzo, intitolato Ira domini. Sangue sui Navigli, in libreria da poche settimane per i tipi di Mondadori. Il contesto è sempre quello della Milano del 1576: un anno difficilissimo, funestato da un’epidemia di peste che falciò migliaia di vite, scatenando violenze e persecuzioni, ma che mise in luce anche le grandi virtù cristiane del cardinale Carlo Borromeo, protagonista in prima persona della battaglia contro il flagello. L’acuto notaio criminale, sempre più innamorato della giovane e irriverente Isabella Landolfi e sempre affiancato dai due fidi aiutanti Tadino Josè del Rio e Rinaldo Caccia, si trova questa volta alle prese con un doppio e spinosissimo caso: una catena di omicidi seriali compiuti da un misterioso cecchino armato di balestra e che sembra scegliere a caso le sue vittime, e il rapimento a fini estorsivi dei figli di un nobile spagnolo da parte di un drappello di “bravacci” sanguinari e senza scrupoli che si rintana con i sequestrati in un vecchio magazzino lungo il Naviglio, bloccando così la via d’acqua sulla quale viaggiavano i preziosi marmi di Candoglia destinati ad alimentare la Fabbrica del Duomo.

Superfluo aggiungere che Taverna riuscirà con ingegno (e un pizzico di fortuna) a risolvere brillantemente entrambi i casi, garantendosi la fiducia delle più alte autorità del Ducato. Forte, che è anche giornalista e sceneggiatore per la tv e che alla passione per le trame unisce una preparazione accurata sul periodo storico in questione, riesce ancora una volta a confezionare un libro avvincente, ben costruito e ben scritto, che tiene alta la tensione fino all’ultima pagina e si fa leggere con la facilità e la freschezza di un giallo.

Una lettura adatta anche a sdraio e ombrellone, ma che non può mancare sulla scrivania degli appassionati di storia lombarda e milanese in particolare.

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