“Fear city: New York vs The Mafia”
“Fear city: New York vs The Mafia”

“Fear city: New York vs The Mafia”

SIAMO SERIAL: Il nostro viaggio nell’universo delle serie tv continua con un doc in tre puntate

Nella programmazione dei canali in streaming sono evidenti i segni lasciati dal periodo di lockdown negli Stati Uniti e nei paesi dove si concentrano le produzioni più importanti. Durante l’estate si sono contate pochissime nuove uscite tra le serie e anche le prime settimane dell’autunno non promettono niente di buono.

A risollevare le sorti dei palinsesti internazionali sono state per fortuna alcune docuserie di altissimo livello: citiamo il controverso “Jeffrey Epstein, soldi, potere, perversione” lo straordinario “Tiger King”, senza dimenticare l’agiografico ma di enorme successo “The last dance” su Michael Jordan.

Ma è “Fear city: New York vs The Mafia”, documentario in tre puntate di Sam Hobkinson, uscito in luglio su Netflix, a meritare un cenno di merito.

La miniserie ricostruisce con un’enorme mole di documenti video e audio in gran parte inediti un periodo particolare della vita di New York tra gli anni 70 e 80, quando la metropoli, prima di diventare l’attrattiva e affascinante Grande Mela che tutti conosciamo, era l’autentica capitale del malaffare negli States.

Oramai sfuggita al controllo delle autorità, New York era strangolata nella morsa criminale della mafia italiana. Cinque famiglie (Bonanno, Colombo, Gambino, Genovese e Lucchese) approfittando della colpevole inerzia delle forze dell’ordine e della magistratura non solo gestivano a loro piacimento business classici per le cosche come droga, azzardo e prostituzione, ma erano ormai in grado di controllare ogni tipo di affare, a partire dall’edilizia. Tutto avveniva praticamente alla luce del sole in una città dominata dalla paura, con violenze e omicidi che erano alla luce del giorno.

Ma New York reagì e il documentario si occupa soprattutto di ricostruire i momenti chiave della riscossa, che passò attraverso le indagini condotte da nuclei specializzati dell’Fbi.

Nella docuserie sono di incredibile impatto i video e le intercettazioni che i federali raccolsero grazie al supporto legislativo del Rico Act e al ruolo inquirente svolto da Rudy Giuliani, spregiudicato procuratore che a colpi di arresti e condanne si stava costruendo l’ascesa alla poltrona di sindaco.

Il punto focale del documentario è il processo alla chiusura delle indagini, con la sfilata dei picciotti incastrati e dei primi pentiti dell’epoca. Ma a differenza di film e serie tv sulla mafia, da “Quei bravi ragazzi” ai “Soprano’s”, i protagonisti stavolta non sono i mafiosi, ridotti a rozzi comprimari in una scena che è dominata dagli investigatori e da un’inchiesta che, non solo negli Usa, ha fatto scuola.


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