Dopo il rumore e la polemica, al padiglione russo resta soltanto la balera punk

DIARI VENEZIANI/3 A cura di Fabio Francione

Tanto rumore per nulla e ad essere evocato non è né il grande bardo né tantomeno Dostoevskij, visto che tra Russia, padiglione riaperto, inviti, non inviti e sanzioni, ispezioni, ritiri di finanziamenti e ancora chissà quant’altro... insomma, tra tutto questo rumore resta la musica da balera technopunk allestita al piano terra e il ticchettio della pioggia che si è abbattuta su una Biennale Arte mai vista così imballata di gente da anni. Chissà poi perché un paese in guerra, per giunta da loro scatenata, evochi nel titolo datosi - L’albero radicato nel Cielo - Simone Weil. Un sacrilegio, o poco ci manca. Ma da tempo si sa che la contemporaneità abbatte il moderno nell’assenza di memorie.

. Video di F. F.

Ma, gli altri padiglioni cosa presentano? File dovunque, come le inaugurazioni e le incessanti conferenze stampa che si susseguono da questa mattina e andranno avanti fino a sera. Di voti del pubblico ai padiglioni non se ne parla quasi più.

Straordinario il padiglione della Gran Bretagna. Lo ha appaltato l’artista di Zanzibar Lubaina Himid. L’assunto è una critica postcoloniale, Predicting History, che pare un’estensione pienamente interpretata di quelle tonalità minori ispirate da Koyo Kouoh nella sua postuma esposizione curatoriale. Non è poco, osservando in modo rabdomantico le uscite francesi, nipponiche, finlandesi, dell’Ungheria. Insomma l’arte europea sembra uscirsene da questa Biennale ancor più ridimensionata di quello che è già. Forse così si comprende l’assenza di artisti casa nostra.n

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