Dieci anni senza Vanelli, un artista multiforme che ha lasciato traccia in tutto il territorio
LA PROPOSTA La città dedichi una via a lui e agli altri artisti contemporanei lodigiani
Lettura 2 min.Venerdì 22 luglio 2016, nel giorno di santa Maria Maddalena di dieci anni fa, moriva Felice Vanelli, ottantenne. L’artista lodigiano, già dagli anni Sessanta del Novecento era noto come pittore, affreschista e scultore che ha legato il suo nome a numerose e apprezzate opere presenti sul nostro territorio.
La Lodi degli anni giovanili di Vanelli era una città in fermento: tra quelli che si cimentarono con successo nelle arti c’erano tra gli altri Felice Vanelli, Luigi Volpi, e Ugo Maffina (detto Maffi), che nei bar si fermavano a parlar d’arte con Oreste Lodigiani: nascevano discussioni sul modo di interpretare la pittura e ognuno aveva la sua visione. Vanelli era per una interpretazione moderna del figurativo; Maffi per la pittura astratta e informale; Volpi amava i silenzi e preferiva una pittura di paesaggio e di nature morte, oltre alla figura umana e all’incisione.
Felice possedeva una naturale predisposizione al disegno, dote considerata preminente della forma, con una capacità rara, poco riscontrabile nella sua generazione. Preferiva la forma che esprimeva le idee, non come concetti, ma come visione che si traduce nell’efficacia espressiva del contenuto. Un disegno, il suo, che si era fatto progressivamente meno convenzionale e meno accademico, con un plasticismo scorciato per acquisire l’individua connotazione della personalità distintiva.
Vanelli era artista generoso per l’impegno lavorativo e altrettanto d’animo, ma era poco amato dalla borghesia cittadina, perché preferiva volti e scene di popolo. Così, i maggiori committenti sono stati i coraggiosi parroci, che ancora oggi conservano le sue opere di arte sacra, una sorta di Bibbia parlata, per aiutare la meditazione e la preghiera. Affreschista lontano dal gusto del tempo e dalla voga delle mode, senza essere arcaico, ma convinto nell’irrinunciabilità degli eterni modelli della ricca arte italiana. Ricordiamo i grandi progetti: la parrocchiale di San Lorenzo in Dovera, la chiesa di Camairago, quella di Muzza di Conegliano Laudense, poi il monumentale ciclo di affreschi che Vanelli ha realizzato nella parrocchiale di Mirabello di Senna Lodigiana in cinque anni di lavoro.
Nel suo lavoro anche le monumentali sculture, in particolare quelle celebrative dei caduti in guerra: la sua iconografia era quella di rappresentare violoncelli, musica, colombe e madri che trattenevano a sé i figli per non darli alla patria. Da Turano Lodigiano a Livraga, Graffignana, Castiraga Vidardo, Caselle Lurani, le due sculture a Lodi, La bambina che salta alla Corda e il monumento a Federico Barbarossa.
I dipinti, tanti per i privati che amavano i suoi colori, le figure molto muscolose (diceva Felice «è lì che ci vuole tecnica, facile fare un corpo liscio…»). E poi i quattro grandi oli sulla vita di san Colombano, nella parrocchiale, e tanti altri dipinti in varie chiese non solo lodigiane.
Ricordo ancora gli anni giovanili del convivio, le tante discussioni di crescita: poi le divisioni e tanto altro. Felice caratterialmente era sereno, ma non gli piacevano le bassezze umane. Si rifugiò con pochi amici e lavorò tanto, sino alla fine dei suoi giorni, anche in ospedale volle pastelli, matite e fogli da disegno, ed una scultura con il volto di Gesù.
Per i funerali il “suo” duomo, (dove ebbe tutta l’iniziazione cristiana, abitando a pochi passi da piazza Vittoria) era gremito fin sulla piazza: autorità, estimatori, popolo e anche tanti denigratori.
Cosi lo ricordava Tino Gipponi nella mostra postuma a lui dedicata e realizzata nel 2018 per ricordare la giovanile pittura di Felice Vanelli: «Non ha mai consapevolmente amato il paesaggio, perché il suo cromatismo era più di contrasto con colori aciduli, dissonanti, talvolta aspri. Osservando questi quadri l’implacabilità del passato con l’invasione dei ricordi rende l’assenza dell’amico un’acuta presenza. Felice Vanelli, un solitario con fermezza di propositi e irrinunciabile coerenza artistica sino alla fine».
A chi fosse interessato a rinverdire i ricordi, nel 2023 è stata realizzata una monografia: Felice Vanelli, Una vita per l’arte: dipinti, affreschi e sculture-1953-2016 (Pmp edizioni).
Visto che sono passati dieci anni dalla morte, come la legge prescrive, faccio rispettosa domanda al signor Sindaco di Lodi e alla commissione toponomastica di dedicare una via a Felice Vanelli, ed anche a Ugo Maffina (Maffi) e Luigi Volpi, oltre agli altri artisti lodigiani contemporanei meritevoli, tutti uniti in vie contigue per un perpetuo ricordo.
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