Dalla Russia a Pallanza: il viaggio artistico di Paul Troubetzkoy in mostra alla Gam

LA RECENSIONE A cura di Fabio Francione

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Milano

Italiano di nascita, cosmopolita per vocazione e non solo. Di sicuro, Paul Troubetzkoy, con i natali che si ritrovava, padre principe russo, quindi in discesa pure lui nobile, madre cantante lirica americana, non poteva avere una carriera banale. L’arte, dunque, non poteva che essere di casa. Nondimeno, in un periodo, in cui la nobiltà era all’apice della sua frivolezza e prima della grande carneficina della Prima Guerra Mondiale e dell’irruzione nella storia dell’umanità del cosiddetto “secolo breve”. Era l’epoca della Belle Époque o come la chiamò più tardi Stefan Zweig era ciò che restava del “Mondo di ieri”. Una mostra, “Paul Troubetzkoy. Lo scultore della Belle Époque”, combinata dal Musée D’Orsay di Parigi e ora dalla Gam di Milano, visitabile fino al 28 giugno, proprio nel museo del capoluogo lombardo, sembra porre a referto una cospicua produzione dello scultore verbano. I motivi principali ci sono tutti, dalla capacità oltre mondana di ritrarre l’élite culturale del suo tempo (straordinaria la striscia d’opera dedicata a Tolstoj, e ancora G.B. Shaw, Puccini e Segantini, la Pavlova e Robert Montesquieu) o come adornare case di soggetti danzanti (il ballo come movimento che coniuga seduzione e bellezza). Un alto e basso che si eleva però nella qualità del prodotto finito. Insomma, la scultura come veicolo di affermazione e allo stesso tempo di avanzamento sociale. Molte celebrità dell’epoca lo cercarono,dall’alta società parigina alle prime star del cinema americano, ebbero il loro ritratto. La conoscenza che Troubetzkoy nei suoi movimenti artistici e politici (notevole il bronzetto del monumento a Dante purtroppo rifiutato in un concorso) si esprimeva al suo massimo grado nelle opere e negli spostamenti da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico che contraddistinsero la sua esistenza: Intra, Milano, Parigi, la Russia, l’America e poi di nuovo Pallanza, ove si spense nel 1938, all’età di 72 anni. Al talento innato corrispose un successo mondiale. Non fu cosa semplice, proprio in un torno di anni in cui nuove istanze filosofiche e scientifiche andavano sgretolando abitudini apparentemente consolidate nella società. Egli stesso ne subì le fascinazioni per la velocità (testimoniata dalla presenze dei ritratti dei Bugatti, artisti, designer e costruttori di automobili) e per il vegetarianesimo che tra la fine dell’ottocento e l’inizio del ‘900 cominciava a far proseliti, soprattutto nelle comuni di artisti e intellettuali. L’ultima sala è completamente dedicata ad animali, agnelli, cani, cavalli.

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