Cesare Pagazzi racconta il Papa: figlio di Agostino, amante della vita
IL FESTIVAL/RELIGIONE Ha presentato il libro che raccoglie gli scritti di Prevost
Lettura 2 min.Posti a sedere esauriti ieri in Piazza della Vittoria per monsignor Giovanni Cesare Pagazzi, accolto dagli amici lodigiani che seguono con affetto il suo impegno a Roma: nativo di Gradella e sacerdote della diocesi di Lodi, da un anno monsignor Pagazzi è Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa. «Sono a capo dell’Archivio dell’amministrazione pubblica più antica del mondo tuttora vivente – ha spiegato -. C’è la storia del mondo. Raccoglie tutta la documentazione prodotta dalla Santa Sede, 85 chilometri lineari di documenti, compresi il processo a Galileo, la lettera dei potenti inglesi per il divorzio di Enrico VIII, 9 milioni di documenti per i dispersi in guerra e gli ebrei. Archivio e Biblioteca sono istituzioni culturali ma anche diplomatiche: se i Paesi non hanno ancora rapporti ufficiali si comincia da lì».
Con Lorenzo Fazzini, direttore editoriale della Libreria Editrice Vaticana, don Cesare ha presentato Liberi sotto la grazia. Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia, che raccoglie tutto quanto Robert Francis Prevost ha detto e scritto tra 2001 e 2013. Dodici anni in cui Prevost era il responsabile degli Agostiniani e viaggiava per i capitoli provinciali.
«È il primo Papa globale. In 560 pagine ci sono 81 testi pronunciati in almeno venti Paesi – ha rivelato Fazzini -. Ci andava più volte, come in Nigeria».
L’8 maggio 2025 Papa Leone disse: «Sono figlio di Agostino». Ma cosa significa? «Agostino è più vicino a questa terra di quanto non immaginiamo – ha detto monsignor Pagazzi -. La sua conversione è avvenuta a Milano ed è probabile abbia transitato a qualche chilometro tra qui. È sicuramente uno dei geni della storia dell’umanità. Un animo tormentato, tra un fortissimo desiderio di giustizia e una tenebra, noi adesso chiameremmo dipendenza, di tipo sessuale. Dice “I miei amici riuscivano a liberarsi, io no”. Agostino elogia sua mamma ma non ha remore a dire che da ragazza ha avuto qualche problema con l’alcool. Non ha paura delle tenebre. Il fatto che il nostro Papa sia figlio di uno così, significa che è attratto dalla luce, ma non ha paura delle tenebre di un cuore, della Chiesa, del mondo intero». Ancora: «Agostino parla della vita come una continua successione di perdite. “Avevo 20 anni e li ho persi, avevo degli amici e un figlio e la morte me li ha portati via”. “Voglio trovare un posto dove non perderò più nessuno”. Ecco il Paradiso: il luogo, lo spazio, il tempo, in cui non perderemo più nessuno, più niente».
Don Cesare ha sottolineato: «Leone definisce il cristiano un professionista della ricerca. Uno che si prepara, dedica tempo, verifica il proprio lavoro. E cosa muove la ricerca? Innanzitutto il senso della mancanza. Se non ti manca niente, non cerchi niente. Nella misura in cui ti manca qualcosa, tu ti metti a cercare. Necessario alla ricerca è il desiderio. Dobbiamo curare il desiderio, di tutti i tipi. Quando ci manca il senso ci ammaliamo. Se cerchi, hai una via aperta». Infine: «L’interiorità è come il palato della nostra vita, lo spazio e tempo che permette di assaporare le cose belle e brutte che capitano. Non solo mangi, ma ti nutri, e ne va della tua anima. L’insistenza sul palato dell’anima, sul palato della vita, è una necessità”.
Don Cesare, che ha portato a Leone la torta tipica di Lodi, ha concluso: «Sono fortunato a lavorare con un uomo così e spero di essere sufficientemente grato. È un uomo abituato a star bene con se stesso. Si vede dalla strepitosa capacità di ascolto. Obbedienza deriva da “ascoltare con intensità”. Se noi obbedissimo alla vita, al fatto che siamo qui insieme, che ci nasce un bambino, che troviamo lavoro, non ci scapperebbe niente del gusto della vita».
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