Pietrasanta, apre il museo dedicato a Igor Mitoraj
LA MOSTRA La recensione di Fabio Francione
Lettura 1 min.Pietrasanta
Un tempo sembrava che la scultura avesse un nome ed era quello di Igor Mitoraj. A Milano si rammenta una sua mostra diffusa che occupava l’intera linea viaria di Corso Vittorii Emanuele. Sopravvissuta di quella pare rimasto uno di quei volti misteriosi davanti a San Carpoforo. Ma, se c’e’ un luogo in cui tutto parla di Mitoraj, questo e’ senza dubbio Pietrasanta. Infatti, c’è una geografia intima che lega l’invenzione artistica ai luoghi che ne hanno accolto le visioni. Per Igor Mitoraj, Pietrasanta non è stata una semplice quinta scenografica o un mero distretto produttivo, ma il laboratorio di una vita, la radice di un’ossessione formale. L’apertura del museo a lui intitolato negli spazi rigenerati dell’ex mercato cittadino non celebra dunque un rituale commemorativo, bensì un atto di giustizia territoriale. La struttura dialoga con la luce della Versilia e restituisce alla comunità la misura esatta di un maestro che ha saputo rileggere l’antico fuori da ogni retorica passatista. Con la prima mostra espositiva, Mitoraj. Present, il museo chiarisce subito la propria natura: non un deposito museale statico, ma un dispositivo critico in atto. L’esposizione, costruita attorno a una corposa donazione di opere che spaziano dai monumentali bronzi e marmi fino alle terrecotte, ai disegni e ai gioielli, compie un’operazione storiografica fondamentale. Scompagina l’equivoco di un Mitoraj ridotto a pura decorazione urbana per rivelarne la vis ceramica e la profonda complessità teorica. Il “presente” evocato nel titolo è il tempo sospeso di un’archeologia fantastica, dove la perfezione anatomica incontra la ferita della storia.Il percorso mette a nudo la poetica del frammento: volti bendati, torasi spezzati, cavità che interrogano il vuoto. Le lacerazioni e le mutilazioni delle sue figure non sono nostalgia per un’età dell’oro perduta, ma incarnazione della nostra condizione di uomini contemporanei, frammentati e vulnerabili. Nel confronto diretto tra le opere e la cultura materiale dei laboratori apuani, la mostra ribadisce il valore artigianale e intellettuale della scultura. Pietrasanta si dota così di un polo che travalica i confini locali, confermando come il classico, quando è nutrito da un’ansia autentica, rimanga l’unico linguaggio capace di parlare direttamente alle crepe della nostra modernità.
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