Addio a Franco Colnaghi, fotolitista e artista della leggerezza
LODI Il ricordo dell’amico e critico Donato Di Poce: «Uomini come Giacometti e Folon volevano solo lui per i loro catologhi, per la scelta cromatica, la precisione, la professionalità»
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Artisti come Alberto Giacometti, Francesco Clemente e Jean-Michel Folon volevano solo lui per stampare i loro cataloghi. Nessun altro, per la scelta cromatica, la precisione e la creatività. Franco Colnaghi, fotolitista d’altri tempi e artista di fama li incontrava nel suo laboratorio di Milano. Mercoledì se n’è andato, a Lodi, colpito da un malore improvviso, all’età di 85 anni, ne avrebbe compiuti 86 il 2 agosto.
Lo ricorda l’amico di lunga data, il critico, artista, poeta e collezionista di taccuini d’artista Donato Di Poce. «Colnaghi aveva un’azienda sua a Milano, la “Fotolito lombarda” - spiega - con 20 dipendenti, era molto conosciuta, poi quando sono arrivati i computer, la tecnica della fotolito è passata di moda, i dipendenti sono rimasti 3 o 4, poi è rimasto solo ed è andato in pensione. Lui studiava e progettava i cataloghi dei grandi artisti che andavano solo da lui: lo stimavano molto, dal punto di vista tecnico, grafico e della scelta cromatica. Si fidavano solo di Franco. Anche lui era un’artista e in tarda età ha iniziato a fare mostre anche importanti. Ricordo quella alla libreria Bocca a Milano o a Peschiera del Garda. Io facevo le presentazioni».
Colnaghi era famoso anche per la produzione dei libri d’artista, un genere che si è affermato a partire dagli anni 60: in copie uniche univano testi e opere d’arte.
«Aveva inventato i “paeviaggi”, acquerelli con paesaggi astratti alla Cézanne - spiega Di Poce -. Caratteristiche erano le città realizzate con le schede dei computer e delle vecchie radio. Le metteva all’interno della tela, poi le dipingeva: sembravano delle città viste dall’alto». E poi c’erano gli alberi realizzati in piccole e grandi dimensioni, a china o ad acquerello, alberi reali o simbolici.
«Franco era un grande ammiratore di Paul Klee - aggiunge il critico milanese -. Ha sviscerato tematiche surrealiste e astratte. Ha fatto centinaia di disegni astratti, fantastici, surreali, bellissimi. Ha lavorato anche per la galleria Nuages di Milano. Qui ha realizzato tutti i cataloghi di Folon e altri 15, 20 libri: era una collana bellissima, realizzata da lui: libri come la Divina Commedia, I fiori del male, Pinocchio, illustrati da grandi nomi».
Colnaghi era l’artista della leggerezza.
«La leggerezza - ha scritto Donato Di Poce ne “I quaderni d’arte del Bardo” - attraversa tutto il suo percorso di ricerca e sperimentazione». In silenzio lavorava e creava i suoi «lampi di leggerezza».
La leggerezza nei contenuti, ma anche come «via per accedere al mondo del gioco. I suoi sogni e le sue visioni», erano «lampi di bellezza e creatività».
Colnaghi «ha fatto della modestia e dell’esistenzialismo minimale una regola di vita». Il suo era un «togliere, cancellare, vivere nell’ombra».
Di certe opere di Colnaghi, l’amico critico e poeta ne “I quaderni d’arte del Bardo”, parla come di «onde grafiche, impronte emozionali, galassie interiori. Alcuni disegni - scrive - ricordano le ricerche di Roland Barthes».
Colnaghi era dotato di un’indole «sperimentale ed emotiva». Le sue opere erano «sentieri fluttuanti di rossi e di blu, come fossero linee di forza dello sguardo, macchie evanescenti come il soffio di anime evaporate, affabulazioni, ritmi,articolazioni minime, policrome, di un mondo inorganico eppure vitale, mappe interiori e ragnatele dello spirito, frammenti celesti che vagano nello spazio cosmico».
E ancora: «Nelle sue mappe segniche, nei suoi calligrammi occidentali, nel suo viaggio interiore - annota Di Poce - sono rintracciabili somiglianze e suggestioni di maestri quali Michaux, Tobey, Dangelo, Crippa e Tancredi».
Nelle sue opere si respirano «il senso del vuoto e della vertigine - annota ancora - armonia zen ed euritmia musicale»
«Franco sembrava burbero, ma era uomo di grandi generosità - conclude Di Poce -. L’avevo sentito 15 giorni fa, eravamo d’accordo che sarei venuto a Lodi a trovarlo, invece non c’è stato tempo. Franco era anarchico, sempre infuriato con il mondo, tranne che con gli amici. Era dotato di enorme cultura e sensibilità, aveva un grande rispetto per l’umanità, forti principi e senso pratico. Quando io temevo di non riuscire a fare una cosa lui mi diceva sempre: “Non ti preoccupare, tu scrivi, poi vediamo”».
E alla fine aveva ragione lui.
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