«La visita è un crocevia della nostra  
storia. Papa Leone è sembrato realmente felice» - Il video

L’intervista Monsignor Malvestiti, vescovo di Lodi, riflette sull’incontro con il Santo Padre di sabato 20 giugno a Sant’Angelo Lodigiano

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Lodi

Il vescovo di Lodi, monsignor Maurizio Malvestiti, ci accoglie nel giardino del palazzo episcopale. È una caldissima mattinata di fine giugno ma gli alberi regalano un poco di ombra. Con il pastore della diocesi laudense ritorniamo con la mente a sabato 20 giugno.

Eccellenza, la visita pastorale di Papa Leone XIV a Sant’Angelo Lodigiano è destinata a entrare nella storia della diocesi laudense. Quale eredità lascia?

«Nel saluto al Papa ho citato San Bassiano, risalendo alle nostre origini ecclesiali e civili. L’evento costituisce un crocevia nella nostra storia, la reinterpreta e la rilancia. L’eredità sta nella domanda di Papa Leone: cosa ci direbbe oggi il cuore di Cristo? Ci parlerebbe di carità sociale radicata nella fede per dare speranza? È l’approdo dell’itinerario scaturito dal Sinodo e dal Congresso Eucaristico: coesione, partecipazione, condivisione per contribuire a rendere magnifica la terra e l’umanità».

La visita è stata inaspettata ma non certo insperata: quando ha capito che si sarebbe concretizzata?

«Non insperata certamente a motivo di Pavia. Comprendevo chiaramente che un pellegrinaggio sulle orme di Sant’Agostino avrebbe offerto una evidente opportunità per un omaggio alla “concittadina di Chicago” e prima santa americana col magistero e la testimonianza tanto luminosi e attuali sul tema dei migranti».

Il Santo Padre le è parso felice dell’accoglienza? Il lavoro organizzativo è stato notevole, per di più in una manciata di giorni, da fine aprile al 20 giugno…

«Papa Leone mi sembrava realmente felice. Non era di circostanza il sorriso che lo ha sempre accompagnato. Ringrazio tutti per la preparazione spirituale e organizzativa. Abbiamo dato prova di collaborazione eccellente grazie all’abnegazione di molti, grazie alla sinergia tra diocesi e pubbliche istituzioni, parrocchia e municipalità di Sant’Angelo, ricevendo l’apprezzamento della Prefettura della Casa Pontificia e della Gendarmeria Vaticana»

Nel suo discorso, il Santo Padre ha detto: “Se guardiamo al mondo di oggi, che cosa dobbiamo dire? Quel “segno”, cioè il fenomeno migratorio, è entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa, eppure non meno capace di interpellare la Chiesa”. Come interpretare questo passaggio?

«Istintivamente consideriamo le migrazioni come un problema possibilmente da far risolvere agli altri o quantomeno da affrontare insieme. Effettivamente, il fenomeno esige il coinvolgimento tra nazioni. Ma è “segno” che l’umanità non può stare ferma. Cerca l’incontro. Non solo per le traversie e le calamità della storia. Ne ha bisogno perché la coscienza universale tende alla fraternità. La fede ci assicura che non è utopia. È promessa di un compimento più forte del finire storico dei singoli e delle comunità»

Il «New York Times» nei giorni precedenti la visita ha anticipato come Leone XIV parlando da Sant’Angelo di migrazioni avrebbe parlato in realtà a tutto il mondo in un frangente delicato della storia. È stato così?

«Mi pare che il Santo Padre si sia concentrato sulla figura di Madre Cabrini. Il riferimento risultava comunque efficace e ci portava nel “vivo della storia”, come ha detto nel discorso parlando del “Regno di Dio”. Senza avvicinarsi alla polemica, semplicemente indegna, alla quale hanno dato risalto le altrettanto indegne e infondate affermazioni di certi governanti».

In una interessante analisi, domenica, il vaticanista del «Corriere della Sera» Gian Guido Vecchi ha detto che il messaggio di Leone XIV va in controtendenza rispetto alla cultura “Maga” che va per la maggiore oggi negli Stati Uniti, quella che tende a colpevolizzare i migranti, anche attraverso l’Ice. Lei che idea si è fatto?

«Mi pare che il Papa sia stato alquanto attento a non riaprire contrapposizioni di sorta, limitandosi - opportunamente e felicemente - ad esaltare la carità che accoglie seriamente con quell’equilibrio che anch’io mi sono permesso di sottolineare nel saluto che gli ho rivolto a nome di tutti noi. La visione è agli antipodi di ciò che una certa cultura che si pensa vincente propone illudendosi e illudendo penosamente la storia».

La scelta di accogliere l’elicottero del Papa allo stadio “Carlo Chiesa” con 2.200 ragazzi dei Grest è stata felice. Un bel segnale anche per i nostri giovani, rimarrà tra i loro ricordi più cari…

«L’iniziativa di trasferire la festa Grest per accogliere il Papa è veramente riuscita. Ha dato alla visita un meraviglioso inizio e l’inatteso tocco finale col messaggio spontaneo e tanto efficace di Papa Leone sulla “pazienza di aspettare” quale “testimonianza di speranza” ma ancor più con l’appello finale: “Voi giovani potete cambiare il mondo e noi vi aspettiamo”. Sono ammirevoli tutti i partecipanti i più giovani e grandi, i sacerdoti e gli animatori. La calura non ha intimidito l’entusiasmo. Sono loro i veri eredi della visita papale. Confido che faccia breccia il “vieni e seguimi” di Gesù».

Senza svelare particolari segreti, cosa le ha detto il Santo Padre al momento dell’accoglienza allo stadio? E una volta giunti in basilica? Prima di lasciare la chiesa, poi, si è soffermato in sagrestia per ritemprarsi davanti a qualche dolcetto... avete avuto modo di colloquiare?

«È stato molto affabile e “fraterno” interessandosi della diocesi e della società lodigiana, con attenzione cordiale ai particolari e ai nomi di coloro che gli presentavo, ma eravamo insieme benevolmente travolti dall’entusiasmo generale. Durante il mio saluto, notavo lo sguardo sorridente che metteva a proprio agio il vescovo in una sintonia che mi risultava crescente e gradita. In sagrestia, al mio timore di disturbare rispose di continuare invece a raccontargli di noi con animo tanto sereno che interpretavo già allora come segno di particolare gradimento dell’abbraccio ricevuto dalla Chiesa di Lodi».

Leone XIV è apparso a Sant’Angelo per quel che è: un uomo mite, sorridente, ma dalla parola ferma, sicura. E lo ha già dimostrato ampiamente in questo suo primo anno di pontificato…

«La mitezza e la serenità del padre e pastore lo rendevano - per usare la nota espressione da lui stesso applicata alla pace nel primo saluto dalla loggia vaticana - disarmato e disarmante. Ma tutti avvertono la sicurezza crescente della sua parola. E il coraggio nell’indicare con puntualità l’essenziale delle problematiche ad ogni livello».

Le sottopongo un altro passaggio del discorso del Pontefice. “Colgo questa occasione per rivolgere un appello, specialmente ai giovani: conoscete Santa Francesca Cabrini! Leggete i suoi scritti, pieni di passione per Gesù e per la missione; le sue lettere, i suoi diari di viaggio, gli appunti dei suoi ritiri. Chi conosce madre Cabrini, ne rimane conquistato”. Un appello carico di entusiasmo!

«È questa l’eredità e insieme il mandato più concreto della visita papale. Un vero input prospettico che vorremo mettere a tema specie nella pastorale giovanile. Ma, ancor più, si tratta di una proposta per tutti: andare in profondità, in ogni ambito. Mai accontentarsi della superficie accogliendo la miniera di sapienza e di umanità del pensiero di Cristo in dialogo con ogni cultura e religione mantenendo il volto che ha forgiato in noi il Vangelo».

Santa Francesca Cabrini, beatificata nel 1938 e canonizzata nel 1946, è molto più conosciuta all’estero, specialmente negli Stati Uniti, che nella vecchia Europa, Italia compresa. Crede che questa visita possa contribuire a diffonderne meglio la figura e il messaggio? L’Europa, ormai, è terreno di immigrazione e lo sarà ancora a lungo…

«Francesca Cabrini riceve dalla visita un’inattesa risonanza mondiale che produrrà buoni pensieri e scelte di fede solidale. Diocesi e città di Sant’Angelo e Codogno hanno il mandato di divulgarne il messaggio di singolare attualità e utilità ecclesiale e sociale elaborando itinerari spirituali e culturali attorno alle sue memorie. Compito urgente è considerare il contesto plurale in cui siamo: non possiamo infastidirci sentendo parlare di accoglienza e integrazione. È la prospettiva inevitabile. La fatica va affrontata affinché non sia l’indifferenza a decidere il nostro domani».

Per la Diocesi di Lodi la visita di Leone XIV arriva 34 anni dopo la memorabile visita di San Giovanni Paolo II a Lodi. Il mondo oggi è profondamente cambiato eppure mi pare di poter dire che l’abbraccio del popolo al Pontefice anche questa volta è stato corale, commovente…

«Molto commovente nonostante le condizioni climatiche penalizzanti. La terra lodigiana ha in cuore il Vangelo per una consuetudine che risale al IV secolo. Il pensiero di Cristo abita nell’intimo delle coscienze. Il Santo Padre lo ha risvegliato fortemente, facendoci comprendere che “è molto più ciò che unisce di ciò che divide”. La celebre affermazione è di san Giovanni XXIII ma Leone XIV l’ha fatta sperimentare».

Eccellenza, Lei ha lavorato a lungo a Roma alla Congregazione per le Chiese orientali e dal 2014 è vescovo, dunque dovrebbe essere abituato a incontrare il Papa. Le posso chiedere se sabato scorso si è emozionato?

«Era il quarto incontro personale con Papa Leone. Ogni volta mi sento parte di un affetto e di una devozione più grandi di me, che impegnano la fede, l’obbedienza ecclesiale e il religioso ossequio promessi nell’ordinazione episcopale, come pure la responsabilità di tenere sempre unita la diocesi al Successore di Pietro. Ciò mi emoziona intimamente anche se prevale la gratitudine a Dio per il padre e pastore universale che ci ha dato. Per la prima volta però il Papa è più giovane del vescovo… e ciò porta con sé tanti pensieri».

In basilica a Sant’Angelo c’erano sacerdoti, fedeli, volontari, sindaci con le fasce tricolori, rappresentanti delle istituzioni e delle forze dell’ordine. È stato un bel momento, segno di un territorio che trae dalla coesione la sua forza. Condivide?

«La prova di coesione e di collaborazione tra le istanze ecclesiali e pubbliche è stata da tutti rilevata con soddisfazione e ha concorso in termini decisivi alla riuscita sia della preparazione e sia della memorabile giornata. Ma costituisce anche un seme provvidenziale per un futuro di intesa nel rispetto e nel coinvolgimento di tutte le componenti sociali».

Chiudiamo con una curiosità. È vero che la stola che ha indossato il pontefice in basilica appartiene alla diocesi di Lodi?

«Sì, ed è celebre perché viene indossata negli ingressi ufficiali dei vescovi di Lodi. Inavvertitamente, i collaboratori della Prefettura della Casa Pontificia l’hanno portata con sé. Ma sono stati raggiunti telefonicamente mentre erano in viaggio la stessa sera. Ora è custodita in Vaticano dal Sostituto della Segreteria di Stato e la riporterò a Lodi nel primo passaggio a Roma».

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