Il vescovo di Cipro al «Cittadino» - La videointervista
LA VISITA Mercoledì sera insieme al vescovo di Lodi, monsignor Maurizio Malvestiti, era presente per la registrazione di una videointervista monsignor Bruno Varriano, vicario patriarcale di Gerusalemme dei Latini
Lettura 4 min.La redazione del “Cittadino” mercoledì sera ha accolto un ospite d’eccezione: insieme al vescovo di Lodi, monsignor Maurizio Malvestiti, era presente per la registrazione di una videointervista monsignor Bruno Varriano, vicario patriarcale di Gerusalemme dei Latini per Cipro. Nato nel 1972 in Brasile, è cittadino italiano. Nel 1997 è stato consacrato presbitero nella diocesi di Campobasso, dal 2013 al 2022 è stato guardiano e rettore della Basilica della Annunciazione di Nazareth, dal luglio 2016 al luglio 2022 discreto di Terra Santa e poi nel 2022 è stato eletto vicario patriarcale per Cipro e il 9 gennaio 2024 è stato nominato ufficialmente vescovo ausiliare della Diocesi patriarcale di Gerusalemme dei Latini. Una figura importante, con la quale è possibile capire di più di quel che sta succedendo, certamente sull’isola di Cipro, ma anche nell’area che ha a che fare, allargando lo sguardo, con il patriarcato di Gerusalemme. «Ho conosciuto monsignor Varriano a Nazareth – ha esordito il vescovo di Lodi monsignor Malvestiti -, dove è stato guardiano, ma nel 2019, nell’ottava di Pasqua, abbiamo potuto compiere un pellegrinaggio con i seminaristi e con un gruppo di preti giovani, quelli del cosiddetto Ismi, per i primi cinque anni, poi ce ne sono aggiunti alcuni. Lui ci ha dettato delle meditazioni ed è stato un momento molto bello condividere il luogo, il messaggio così grande, ma ancor più i divini misteri, là dove il “Sì” di Maria ha aperto l’umanità alla grazia divina, all’incarnazione del Figlio di Dio». Monsignor Varriano è partito da una fotografia della situazione della Chiesa cattolica sull’isola di Cipro, che è molto particolare, divisa in due parti. «Cipro è occupata per il 37 per cento ormai da 50 anni – ha ricordato monsignor Varriano - e noi abbiamo questa realtà ecclesiale. Io sono il primo vescovo cattolico latino residente dopo 400 anni di assenza. Per 400 anni non c’era un vescovo cattolico latino, per questo sono lì da quattro anni, in una realtà ecclesiale molto viva. Nella parte sud greca c’è la Chiesa ortodossa che costituisce la maggioranza, poi abbiamo anche una comunità armena, una maronita cattolica e una latina, che è la più numerosa dopo gli ortodossi, perché abbiamo i cattolici ciprioti, quelli locali, e un gran numero di fedeli filippini, indiani, pakistani, africani e anche europei, britannici, di quelli che sono rimasti dalla colonia, anche provenienti dall’Irlanda. Sono presenti pure gli evangelici e i presbiteriani. Tutta la parte occupata dell’isola che inizialmente vedeva la prevalenza di “turchi ciprioti,” 50 anni fa, oggi è abitata da cittadini turchi emigrati dalla madre patria, i “turchi ciprioti” sono un 30 per cento della popolazione. Nel territorio occupato i musulmani costituiscono la maggioranza, ci sono otto comunità cattoliche, quattro maronite e altrettante latine. La Chiesa maronita è presente in quattro villaggi dove l’attività pastorale si sviluppa con molte difficoltà, e quindi c’è la Chiesa latina, che vanta quattro comunità, e non ci sono posti per le celebrazioni: le nostre chiese infatti sono state trasformate in bar o in moschee. Nella parte occupata, abbiamo solo una piccola chiesetta e prendiamo in affitto dei saloni dove le nostre comunità possono celebrare l’Eucarestia». «Abbiamo creato una nuova parrocchia - prosegue monsignor Varriano - e l’abbiamo intitolata a San Nicola. Viviamo nel desiderio dell’unità, non è semplice perché solo la Turchia riconosce questa Repubblica del Nord di Cipro, altri Paesi non la riconoscono. Quella di Cipro è una ferita aperta, la nostra gente ancora si ricorda quando ha dovuto lasciare le case e non vi è stata più la possibilità di ritornarvi».
Cipro terra di contrasti ma anche di accoglienza. «Il fenomeno delle migrazioni negli ultimi decenni si è imposto all’attenzione generale - dice il presule -, fenomeno sul quale anche gli ultimi Pontefici si sono spesi molto. A Cipro il numero dei rifugiati è altissimo: quando sono stato nominato per Cipro ho iniziato una pastorale nel campo dei rifugiati di Pournara. Abbiamo cercato dall’inizio di avere una presenza della Chiesa cattolica dentro il campo dei rifugiati, molti dei quali arrivano dalla Siria, minori non accompagnati, dall’Afghanistan, dall’Iran di recente in particolare, da Gaza, dalla Somalia e dal Congo. Per tutti l’obiettivo è quello di raggiungere l’Europa, Germania e Francia soprattutto. Anche Dio ha vissuto l’esperienza di essere profugo, penso alla Santa Famiglia in fuga in Egitto. Dico sempre alla mia gente che non dobbiamo e non possiamo perdere il contatto con questi nostri fratelli che sono in una situazione vulnerabile. Non facciamo grandi cose – rimarca il vescovo Varriano -, però la nostra è una presenza importante e proponiamo, oltre all’assistenza materiale garantita dalla Caritas, anche quella spirituale». Da Cipro alla Terra Santa, il copione si snoda fra contrasti e conflitti. «Sono stato a Betlemme durante l’assedio del 2002 - racconta -, poi nove anni a Nazareth e possiamo affermare che tante volte diciamo che la pace in Terra Santa vuol dire tregua, non è proprio una pace, però quanto è bello sognare la pace. Penso che nei cuori dei frati di Terra Santa, io sono frate minore, vengo da questa famiglia che da 800 anni è presente in Terra Santa, nei cuori dei fedeli, nei cuori di tutti noi c’è questo desiderio della pace: questo anelito non è solo per la pace politica, ma soprattutto per la fraternità fra i popoli. Posso dire con tutto il mio cuore che amo la comunità ebraica e amo il popolo palestinese. In questo momento mi pare che un problema che appare agli occhi esterni quasi insormontabile è quello del riconoscimento reciproco tra le parti. Dopo il 7 ottobre e gli interventi israeliani successivi a Gaza, la situazione si è acuita in maniera gravissima, c’è proprio difficoltà a riconoscerci l’un l’altro. Quando noi parliamo concretamente con le persone, cerchiamo di guarire le ferite che portano, ma anche quelle del popolo ebraico, e non vogliamo mettere una bilancia: è il momento dell’ascolto. In fondo c’è il desiderio da ambedue le parti di condividere questo: sono stanchi della guerra, ed è molto importante che la Chiesa in questo momento stia dove c’è la sofferenza. Quello che succede a Gaza, quello che è successo, non si può accettare. È il momento di stare con loro e anche di essere una voce. Il nostro patriarca, il cardinale Piero Battista Pizzaballa, è un’operatore di pace, è quello che ha la mano sulla spalla di uno e la mano sulla spalla dell’altro. Mi ricordo quando ha proposto lo scambio fra lui e i bambini ebrei in ostaggio così quando non ha mancato di fare sentire la sua voce di pastore durante le violenze, invocando la fine delle ostilità». I cattolici in Terra Santa, una minoranza sempre più esigua. «Dobbiamo sempre ricordare che la comunità cattolica della Terra Santa è la Chiesa Latina, ma anche le Chiese orientali cattoliche, con i greci cattolici, i maroniti, i siriaci cattolici, gli armeni cattolici. Quella dei cristiani è una realtà molto bella, caratterizzata dal dialogo e dal confronto con tutti. È una comunità che vuole essere protagonista, specie in un momento come questo, nel dare spazio e possibilità alla pace».
«Avere un figlio di San Francesco nell’imminenza dell’ottavo centenario del suo ritorno al Padre, ci deve responsabilizzare ancora di più nel cammino verso la pace – ha concluso il vescovo di Lodi monsignor Malvestiti -. È quello che auguriamo evidentemente alla Terra Santa, ma che questo dono raggiunga anche noi. Con l’invito alla preghiera per il Creato, sabato 3 ottobre, alle 20.45, nella stessa sera del ritorno al Padre. Ci ospiteranno i Cappuccini di Casale».
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