Unità d’Italia, a chi giovano le polemiche?

di Alberto Campoleoni

Il 17 marzo, alla fine, la festa si farà. Una festa nazionale per l’Unità d’Italia, per celebrare la ricorrenza dei 150 anni. Intorno a questa festa ci sono state polemiche di ogni tipo, che hanno coinvolto i politici, naturalmente, ma anche gli industriali e il mondo della scuola. Con argomenti che si sono intrecciati trasversalmente, dai temi propri dell’unità nazionale a quelli legati al carico per le aziende, e a quelli –stucchevoli, a volte – su come sia meglio festeggiare con gli studenti: un giorno in meno di scuola o lezioni mirate sull’Unità?

Alla fine il “braccio di ferro” si è risolto in Consiglio dei ministri, non senza problemi e spaccature. Tre ministri – i leghisti Bossi, Calderoli e Maroni – non hanno aderito e, per una festa dell’Unità – quella del Paese –, la cosa fa riflettere. Anche il ministro Gelmini, secondo fonti di stampa, avrebbe espresso riserve, pur allineandosi al voto finale del governo. Di fronte al timore di oneri aggiuntivi per la finanza pubblica e per le imprese private è stato studiato l’escamotage di sopprimere, di fatto, la festa del 4 novembre, quella delle Forze armate: quest’anno non sarà pagata come festività.

Dietro la questione economica si affaccia in realtà un sentimento peraltro noto di crisi nel sentire l’Unità nazionale. Le polemiche non hanno fatto che acuire sentimenti negativi.

Non fanno bene, in un momento così difficile per l’Italia come l’attuale, nel quale il Paese si presenta quasi senza punti di riferimento, con un mondo politico in gravissima crisi e la sensazione di un sistema bloccato. Una situazione nella quale si moltiplicano gli appelli del presidente della Repubblica per evitare la conflittualità e, soprattutto, per ridare slancio a un’Italia disorientata. Un’Italia che avrebbe bisogno di esempi di responsabilità, di superamento delle posizioni conflittuali di parte, in una parola di impegno evidente per il bene comune.

In questo frangente la Chiesa avverte una volta di più, la responsabilità verso il bene del Paese, non perdendo occasione soprattutto di richiamare alla sensibilità educativa, alle conseguenze che hanno scelte e comportamenti pubblici. Da tempo insiste per una rinnovata coscienza civile e per un impegno politico disinteressato. Per la festa dell’Unità si è mossa senza tentennamenti: quel giorno ci sarà una Messa presieduta dal cardinale Bagnasco a Roma e il presidente Napolitano ha appena ricordato “l’impegno, ribadito anche dai cardinali Bertone e Bagnasco per la partecipazione della Chiesa e in qualche forma anche del Pontefice alle celebrazioni”. Davvero non è poco. Soprattutto per chi conosce la storia.

di Alberto Campoleoni


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