Terapia intensiva, ultima frontiera: a Lodi 51 decessi su 94 ricoverati

Terapia intensiva, ultima frontiera: a Lodi 51 decessi su 94 ricoverati

Parla Enrico Storti, primario del Maggiore, coautore di uno studio scientifico che confronta 72 realtà lombarde. «Siamo stati i primi ad affrontare questa maxi emergenza»

Cinquantun decessi in terapia intensiva dal 20 febbraio al 15 aprile su 94 ricoverati.

«A Lodi - dice il primario di terapia intensiva Enrico Storti - abbiamo pagato lo scotto di essere stati i primi a gestire questa maxi emergenza. Mentre progettavamo come organizzarci, i malati arrivavano e dovevamo curarli».

In questi giorni, è stato pubblicato uno studio su «Jama», una tra le riviste americane più autorevoli al mondo, che vede il primario Storti tra i coautori e Adriana Nailescu e Annalisa Malara tra i collaboratori. La ricerca raggruppa i 1591 malati delle terapie intensive, la mortalità e i protocolli di ventilazione adottati».

Che dati avete considerato? «Lo studio, che fa riferimento al centro di coordinamento delle terapie intensive di Regione Lombardia, scatta la fotografia dei primi giorni, dal 20 febbraio al 25 marzo. I dati sono quelli delle terapie intensive di 72 ospedali lombardi che fanno parte del network delle terapie intensive che si è costituito nella crisi per coordinare l’incremento dei posti di rianimazione richiesto nella prima fase dell’epidemia, anche perché poi trasferire i malati è diventato complicato per la mancanza di posti, in relazione all’entità dell’emergenza».Cosa dice lo studio?«Descrive come è costituita la popolazione delle strutture, le patologie, le età, a quali trattamenti è stata sottoposta e la mortalità».L’indice di mortalità?«È del 26 per cento, ma il dato è fino al 26 marzo, poi al 15 aprile è salita al 49».Il dato di Lodi?«Fino al 15 aprile abbiamo ricoverato 94 pazienti. La mortalità è stata del 54 per cento, ha riguardato cioè 51 malati. La degenza media in terapia intensiva è stata di 9 giorni per i malati deceduti, di 11 per gli altri. I deceduti avevano tutti malattie associate rilevanti».Normalmente la mortalità in terapia intensiva di quant’è?«Ha senso confrontare le sindromi da distress respiratorio acuto (Ards). Lo scorso anno ne abbiamo trattate 10, quasi tutte associate al virus influenzale H1N1. Nessun paziente è deceduto, mentre quest’anno la mortalità è stata del 50 per cento, a parità di trattamento rianimatorio. Questo dimostra la particolare aggressività del virus, ma anche l’incredibile carico organizzativo che abbiamo gestito» .Quanti posti sono stati dedicati alla terapia intensiva?«Siamo passati da 7 a 15 nella prima settimana di marzo, poi a 25 fino ai primi di aprile e per due giorni a 27».L’età media dei pazienti deceduti nella terapia intensiva di Lodi?«Un malato tra i 20 e i 40 anni, 9 tra i 40 e i 50, 19 tra i 50 e i 60, 35 tra i 60 e i 70, 30 tra i 70 e gli 80, zero con più di 80 e zero con meno di 20».Come mai zero con più di 80?«Dagli 80 anni in su, come in molte altre casistiche di terapia intensiva la malattia si è dimostrata particolarmente aggressiva e con mortalità vicina al 100 per 100. Nonostante abbiano ricevuto un immediato supporto ventilatorio con la cpap, i grandi anziani sono morti prima di arrivare in terapia intensiva».Quindi Lodi ha avuto una mortalità superiore? Il 54 per centro contro il 50 del network? «Teniamo presente che 50 è la media di oltre 70 terapie intensive. Abbiamo affrontato per primi l’infezione e quindi cercato per primi quale fosse il miglior trattamento per i pazienti con Ards, quanto di peggiore e complesso un intensivista si trovi ad affrontare, oltre ad essere un problema molto grave con un’alta mortalità, che assorbe risorse altissime».Lodi è stato l’ospedale più bersagliato da subito?«Certo, altri ospedali per raggiungere lo stesso numero di malati che noi abbiamo avuto nel giorno zero hanno impiegato almeno 7 giorni. A differenza di altri che hanno potuto allestire aree senza pazienti, noi abbiamo dovuto farlo con un flusso di malati che continuava a incrementarsi, senza ridurre il livello di assistenza».Quanti sono gli intensivisti che si sono ammalati?«Una decina in momenti diversi. Abbiamo fatto da subito un censimento delle persone e integrato con rianimatori del Besta, del San Raffaele e poi, grazie al ministro Lorenzo Guerini, il personale dell’esercito. All’inizio di aprile sono arrivati anche 4 specializzandi. Devo ringraziare il responsabile del dipartimento chirurgico Pietro Bisagni che ha fatto un gran lavoro, comprendendo quali erano le esigenze: ha messo a disposizione il blocco operatorio per i letti della terapia intensiva e i chirurghi per collaborare con le altre aree nella gestione della pandemia. Non è stato facile neanche garantire le urgenze chirurgiche, sterilizzando in maniera regolare le sale tra un intervento e l’altro».Cosa ci ha insegnato questa vicenda?«La risposta importante della flessibilità dell’ospedale (l’unità di crisi, per un mese e mezzo, si è riunita due volte al giorno, sabato e domenica compresi) e il rapido incremento infrastrutturale: grazie all’architetto Maurizio Bracchi si sono aggiunte aree, zone filtro, attacchi per l’ossigeno, impianti. Dal punto di vista medico la gestione è stata coordinata con le diverse unità operative».Come avete fatto?«Abbiamo affrontato una situazione che non era convenzionale con strumenti non convenzionali. C’era una sproporzione tra risorse umane, tecniche, organizzative, il numero e la complessità dei pazienti. Abbiamo quindi fatto diagnosi con emogasanalisi in aria, radiografie del torace, ecografie polmonari, analisi della provenienza geografica dei malati e walking test. Abbiamo reso disponibile a tutti un algoritmo, condiviso dalla Simeu (Società d’emergenza urgenza), per la gestione dei malati. Non è un caso che questo tipo di approccio sia stato definito “modello Lodi”».Tra l’esplosione della pandemia, l’individuazione delle aree per ricoverare i malati, sono passati alcuni giorni. Forse se avessimo avuto un piano pandemico che diceva in anticipo dove mettere i pazienti contagiati sarebbe stato meglio? «Nessun ospedale d’Italia ha un piano pandemico. Ci sono i piani per le maxi emergenze, i maxi afflussi, ma non per una pandemia così. I medici senza frontiere che avevano alle spalle dai 3 ai 5 cicli di Ebola, hanno detto che non si sono mai trovati di fronte a uno scenario così in Europa».Bisognerà prevedere un piano pandemico?«Certo, non solo a Lodi però, ma in tutta Italia».I primi giorni i pazienti sono rimasti troppo tempo in pronto soccorso?«Il picco maggiore di accessi è stato il 21 e il 22 febbraio, quando avevamo ancora un percorso unico. Abbiamo avuto in pronto soccorso contemporaneamente presenti insieme 130 malati. Alla normale affluenza di pazienti si aggiungevano i malati Covid. C’è stata una fase in cui ogni giorno c’erano 100 malati in pronto soccorso, in cui la mortalità, era di 5 o 6 persone nell’arco delle 24 ore, nonostante i trasferimenti, i dimessi e 30 ventilati con la Cpap. È stato quando abbiamo consumato 170mila litri di ossigeno in un giorno. Entravano più malati di quanti ne uscivano».Ma quindi eravamo impreparati?«Nessuno poteva prevedere uno scenario di questo tipo e in questo senso eravamo impreparati, mentre abbiamo dimostrato di essere preparati in relazione alle professionalità, al lavoro di squadra e alla flessibilità organizzativa. È stato un unicum, mentre pensavamo a come affrontarla, succedeva. Ricoveravamo 35 persone al giorno».Non sarebbe servito avere il reparto di malattie infettive a Lodi invece che a Sant’Angelo?«No, non serviva. Abbiamo trasformato i 4 ospedali in una grande Asst». Dal punto di vista umano cosa ha ereditato?«Questa esperienza mi ha permesso di riscoprire le motivazioni e l’incredibile potenzialità di essere un rianimatore e come sia importante lavorare insieme. Rivolgo un particolare ringraziamento a tutti gli infermieri che hanno lavorato in rianimazione. Grazie a loro tutti noi insieme abbiamo potuto raggiungere questi risultati».

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