«Siamo come un porto che si sforza   di offrire riparo a un mare in tempesta

«Siamo come un porto che si sforza

di offrire riparo a un mare in tempesta

Il primario del pronto soccorso Stefano Paglia scrive ai suoi colleghi

«Abbiamo smesso di contarli ormai». Stefano Paglia, il primario del pronto soccorso, il servizio che ha affrontato per primo l’epidemia da coronavirus nel mondo occidentale, è spaventato per la seconda ondata di malati. «È tutto complicato con il covid - dice, mentre svolge il suo turno di notte -, si fa fatica a tenere i percorsi separati. I malati covid che arrivano sono tanti e tanti i non covid. Ricordo ai malati che, in prima battuta, bisogna ricorrere ai medici di famiglia, il pronto soccorso deve essere l’ultimo degli accessi, dobbiamo ricordarci del contesto epidemiologico che stiamo attraversando. Ormai stiamo smettendo di contare i pazienti covid». Il reparto appena aperto è già saturo e altri pazienti sono in attesa di ricovero nei nuovi letti che arriveranno in questi giorni.

Ieri il medico ha scritto una lettera, via mail, ai suoi colleghi di reparto. Anche la sua prima lettera, scritta ai suoi colleghi ad inizio pandemia, aveva fatto il giro del web.

Stefano Paglia

Stefano Paglia

«Carissimi. Ormai è chiaro a tutti, ci risiamo - scrive -. La seconda ondata non è più una possibilità ma una realtà. Sono passati molti mesi da febbraio e lo scenario non è identico al precedente, ha molte differenze. La prima è che al momento noi non siamo più l’epicentro ma la periferia di un epicentro potenzialmente molto più problematico. La seconda è che le informazioni sulla patologia sono oggettivamente maggiori e, con esse, anche la consapevolezza della potenziale gravità e, diciamocelo onestamente, anche la paura. Non voglio dilungarmi troppo in considerazioni inutili, credo siamo tutti consapevoli di essere contemporaneamente più forti (grazie alla nostra esperienza passata) e più deboli (a causa della nostra esperienza passata).

Credo tutti noi stiamo provando uno strano insieme di sensazioni, non credo ce ne siano di giuste o di sbagliate, credo siano tutte giuste, anche la paura, e che ogni sensazione ci serva per essere uomini e donne migliori ancor prima che operatori sanitari. Riflettevo ieri sera su cosa siamo, mi sono e vi ho sempre rappresentato come soldati a difesa di un muro. Forse dobbiamo pensare a noi stessi come un porto che si sforza di offrire riparo a navi in tempesta. Credo siamo tutti cambiati, forse in meglio, forse cambiati e basta. Nessuno sa realmente quando come finirà e quando finirà questa situazione ma siamo un bel gruppo e io sono felice di affrontare questa situazione con voi. Facciamo e faremo del nostro meglio, ognuno per le sue possibilità, ne sono convinto. Ancora grazie dal vostro dsc (primario, ndr) che si sforza di essere una persona migliore. Forza e coraggio».


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