Se chiudono le scuole “fallisce” lo Stato
Il ministro dell’Istruzione Azzolina

Se chiudono le scuole “fallisce” lo Stato

L’editoriale del direttore del «Cittadino» Lorenzo Rinaldi

Tra il 24 marzo e il 3 aprile scorsi l’Istituto Gaslini di Genova ha promosso un’indagine sull’impatto psicologico della pandemia da Covid-19 nelle famiglie italiane. Lo studio ha coinvolto in forma anonima 6800 soggetti. Ne è emerso che il lockdown ha avuto ripercussioni sullo stato psico-fisico dei bambini e dei ragazzi, che evidenziavano problemi da stress quali irritabilità, sonno disturbato e ansia. La britannica Royal Society ha invece pubblicato uno studio, dal titolo “Balancing the risks of the pupils returning to school”, che analizza quali saranno nei prossimi 50/60 anni gli effetti del lockdown sui ragazzi che oggi hanno 13 anni. La sintesi è che “circa un quarto dell’intera forza lavoro avrà competenze inferiori, con un conseguente tasso di crescita più basso”. «Sappiamo quanto sia dannoso per i bambini perdere la scuola - ha osservato Simon Burgess , professore di Economia all’Università di Bristol e membro del gruppo di ricerca istituto alla Royal Society -, anche se dobbiamo fare tutto il possibile per ridurre il rischio di trasmissione, dobbiamo far tornare i nostri figli a scuola». Infine, l’economista Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, mercoledì ha osservato che in America si è quantificata una perdita di quanto sanno i ragazzi rispetto ai coetanei dell’anno prima tra il 35 per cento di comprensione della lingua e il 50 per cento in matematica. Ha inoltre stimato che per effetto del lockdown della scuola l’Italia rischia di perdere fino al 10 per cento del Pil in termini di minori salari che questa generazione di studenti percepirà in 40 anni di vita lavorativa.

A otto mesi dalla brusca interruzione delle lezioni in classe, che nel Lodigiano è scattata già nell’ultima settimana di febbraio, possiamo dire di saperne un po’ di più sulle conseguenze sui nostri bambini e ragazzi. Conseguenze fisiche e psicologiche, problemi dell’apprendimento e un danno economico, in questo caso potenziale perché calcolato sulla futura capacità di produrre reddito.

La didattica a distanza è stata certamente utile a non interrompere del tutto le lezioni, ma non ha colmato il vuoto lasciato dalla chiusura fisica delle scuole. Con una aggravante: ha dilatato ulteriormente le differenze tra studenti, esattamente quello che la scuola dovrebbe contrastare (come ha spiegato Papa Francesco nel messaggio per il convegno Global Compact on Education). I bambini e i ragazzi che in aula facevano più fatica, a casa davanti a un computer si sono trovati ancor di più in difficoltà. Quanti trovavano nella scuola un salvagente a situazioni familiari disastrate devono essersi sentiti persi, forse addirittura traditi. Per non parlare dei bambini e dei ragazzi con disabilità o di quanti, in situazioni economiche precarie, non potevano permettersi una connessione decente o un portatile con telecamera integrata.

È impossibile sostituire la scuola in presenza con la didattica a distanza. Per questo è irricevibile e socialmente pericolosa la proposta fatta al governo da alcuni presidenti di regione: chiudere nuovamente le scuole superiori e rimandare a casa gli alunni, come soluzione al problema del sovraffollamento dei mezzi pubblici. Se davvero si andasse in questa direzione - che per il momento il ministro Azzolina ha scartato - saremmo di fronte al fallimento dello Stato. Governo, regioni, province e comuni hanno avuto otto lunghi mesi per ripensare il trasporto pubblico e oggi, a poche settimane dal suono della prima campanella, c’è chi vuole alzare bandiera bianca (De Luca lo ha già fatto in Campania) e dire che, ci spiace, ma i nostri ragazzi devono tornarsene a casa e rimettersi davanti ai Pc. Inaccettabile.


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