Referendum, riflessione doverosa

Prima del referendum scrivevo della nuova voglia di cittadinanza che una partecipazione significativa e una vittoria dei sì avrebbero potuto immettere nella politica italiana, ogni giorno più boccheggiante e sempre più in balìa di una classe dirigente incapace di rispondere alle attese di rinnovamento, trasparenza e competenza che la società nel suo insieme e le comunità locali attendono da troppo tempo. Il referendum ha costituito una tappa fondamentale nella battaglia per l’acqua pubblica, e ha consentito agli italiani di esprimersi chiaramente e senza ambiguità sul modello energetico e sull’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Il voto di giugno, se compreso nel suo significato più profondo, può dare inizio a un nuovo percorso, virtuoso e partecipato, che unisca chi ha a cuore il proprio futuro e quello delle nuove generazioni nell’impegno per un grande obiettivo comune. Un obiettivo che sintetizzo così: la riconquista consapevole, informata e competente del potere decisionale e di controllo sui beni e i servizi che sono “di tutti”, perché i cittadini e le comunità locali ne sono naturalmente titolari o perché lo ha stabilito una scelta condivisa. Sono gli stessi beni e servizi che negli scorsi decenni, seguendo il mantra delle privatizzazioni, sono stati appaltati o ceduti senza sufficienti controlli, oppure svenduti all’insaputa o nell’indifferenza dei cittadini, che delegando decisioni fondamentali per il proprio futuro ai professionisti della politica (a livello sia nazionale che locale), raramente hanno avuto a disposizione mezzi e informazioni sufficienti per partecipare consapevolmente alle scelte. Negli ultimi mesi invece, con un’inaspettata quanto positiva inversione di tendenza, si è tornati a parlare e a ragionare pubblicamente di partecipazione e di “bene comune”. Parole nobili, che restano però vuote, se non si lavora da subito per il bene comune a partire dai “beni comuni”, gli strumenti che concretamente consentono di costruirlo. Incamminarsi in questa direzione è un modo innovativo e intelligente di tradurre per i cittadini del XXI secolo, salvandola dall’estinzione, l’idea stessa di “politica”. L’intera classe politica è infatti agli sgoccioli anche perché non ha avuto la capacità di riconoscere e definire i “beni comuni”, la volontà di proteggerli e tutelarli, delimitandone i confini, riconsegnandoli alle comunità, disegnando nuovi modi di gestirli attraverso procedimenti trasparenti, democratici e partecipati. Se il tema dell’acqua e della sua gestione è diventato il simbolo di questo nuovo modo di ragionare sui beni comuni, è importante ricordare che il referendum, abolendo l’obbligo di mettere a gara o di cedere ai privati quote determinanti di tutti i servizi pubblici locali, oltre a fermare il processo di privatizzazione del servizio idrico ha prodotto lo stesso effetto su altri importanti ambiti di azione e di intervento di competenza delle comunità territoriali. Questo significa che dal 13 giugno nessuna amministrazione locale è più costretta a cedere quote di servizi pubblici, né a doversi inventare, per continuare a gestirli in proprio, strani “ibridi” nella forma di società per azioni - pubbliche o a capitale misto - che agiscono di fatto come aziende private, “allontanandosi” così dagli enti e dai territori che pure in tutto o in parte ne continuano a detenere le quote. Con il referendum i cittadini hanno espresso chiaramente un’indicazione di segno diverso, chiedendo che le società di gestione dei servizi pubblici locali - già esistenti o di prossima costituzione - rimangano o tornino ad essere completamente pubbliche, e quindi più trasparenti, vicine al territorio, espressamente aperte alla partecipazione e al controllo diretto da parte di cittadini, comitati e associazioni, svincolate da lottizzazioni e da criteri opachi di nomina. Questo deve influire da subito sulle decisioni in corso di elaborazione nel nostro territorio: mi riferisco all’iter di costituzione, da parte dei Comuni e della Provincia di Lodi, di una nuova società per la gestione integrata del ciclo di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti. Anche se è difficile associare l’immagine dei rifiuti a quella di “bene comune”, l’incidenza sul nostro futuro del modello di produzione e di consumo che li genera, l’importanza cruciale di una loro gestione virtuosa per la qualità della vita nelle nostre comunità, per la tutela dell’ambiente e per la salute dei cittadini, e non ultima la saggezza e la prudenza che la rilevanza anche economica dell’operazione suggerisce di adottare, non possono che indicare come imprescindibile, per chi in queste settimane si accinge a compiere i primi passi verso la costituzione di questa nuova società, la scelta di riproporre per il Lodigiano il modello già sperimentato con successo con SAL per il servizio idrico integrato e con il Consorzio Lodigiano Servizi alla Persona nel campo dei servizi sociali: l’adozione di una forma societaria consorziata e completamente pubblica, che non escluda la possibilità di affidare a privati singole parti del servizio, ma che mantenga in capo alle comunità locali e ai loro rappresentanti la totalità sia delle quote che delle competenze decisionali e gestionali, garantendo parallelamente ai cittadini, singolarmente o in forma associata, la più ampia possibilità di intervento e di controllo diretto in un settore così importante per la vita del nostro territorio.


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