Quando il Po svuotò quattro paesi: 20 anni fa la paura della grande piena VIDEO

Quando il Po svuotò quattro paesi: 20 anni fa la paura della grande piena VIDEO

Furono evacuati Guardamiglio, San Rocco, Santo Stefano e Caselle Landi

E se fosse accaduto in questi giorni? O se dovesse accadere nelle prossime settimane? Il nostro territorio e le nostre istituzioni e autorità di sicurezza sarebbero nelle condizioni di non dover eventualmente scegliere il male (o il rischio) minore? Domande che sorgono spontanee ripensando all’ottobre di vent’anni fa, quando non c’era il Covid-19 ad allarmare il mondo intero ma era il Po a fare paura a una piccola porzione di esso, le località rivierasche del fiume più lungo d’Italia. Tanto da far evacuare nella notte tra il 16 e il 17 ottobre 2000 quattro paesi del basso Lodigiano, ammassando in palestre scolastiche e in altri centri di accoglienza le persone che non potevano trovare un ricovero a casa di parenti o altrove. Gomito a gomito, a guardarsi negli occhi e raccontarsi, magari sconosciuti, la stessa ansia per la propria casa e per quelle dei propri cari. Un sentire comune, una vicinanza, fisica e nell’animo, che oggi non potrebbe essere la stessa tra mascherine, distanziamento e altri dispositivi di sicurezza adottati per l’emergenza sanitaria. Per non parlare dei numerosi volontari, quelli con le divise della protezione civile ma anche i tanti in abiti borghesi di semplici cittadini, che armati di badili e buona volontà riempivano sacchetti di sabbia da passarsi poi di mano in mano nelle catene umane incaricate di “alzare” gli argini o contenere i “fontanazzi” che ne minavano la sicurezza. Immagini che chi ha vissuto quei momenti ha ben stampate in testa, flash che tornano alla mente indimenticabili. Per quanti fossero curiosi di sapere cosa accadde ci sono gli articoli e le fotografie pubblicate sul “Cittadino” e sugli altri giornali dell’epoca: qui proponiamo una piccola - non certo esaustiva - rievocazione di quelle giornate concitate.

Già nei giorni precedenti quel 17 ottobre, da quando il Po inizia a esondare dal proprio alveo e a invadere la golena, cominciano e via via diventano sempre più frequenti i pellegrinaggi sull’argine al cimitero di Guardamiglio, a Valloria, a Berghente, al Gargatano, ai Morti della Porchera o a Corte Sant’Andrea, in ordine sparso. Ogni paese - da Orio Litta, dove si tiene d’occhio anche la foce del Lambro, a Castelnuovo, dove c’è la “bocca” dell’Adda - ha i suoi luoghi simbolo, spesso coincidenti con i punti in cui si trovano le scale idrometriche che segnano la risalita del fiume.

Fiume che ormai è diventato un grande lago, estendendosi a perdita d’occhio fino alla sponda piacentina all’orizzonte. Un mare d’acqua che fa paura: il pensiero va alla recente piena del 1994 e per i più anziani a quella del 1951. L’ansia cresce quando viene chiuso il ponte ferroviario (più basso) e poi quello della via Emilia tra San Rocco al Porto e Piacenza. Resta solo l’autostrada del Sole a unire nord e sud, a fungere da via di fuga per chi voglia o sia costretto a lasciare la propria casa e cercare ospitalità magari dai parenti nel Piacentino. Sì, perché il Po non si ferma, dal ponte della Becca - fondamentale riferimento nel Pavese, in zona Ticino, per effettuare previsioni sull’andamento nella piena nel Lodigiano - continuano a giungere notizie, peraltro a volte discordanti, di centimetri e centimetri di crescita. Lo spettro dell’evacuazione - cui sono più abituati quanti ancora vivono nelle golene, spesso costretti a lasciare la propria casa (mica sempre di propria spontanea volontà a dire il vero, anche stavolta è stato necessario convincere qualcuno a salire in barca per andarsene) anche in caso di “morbida”, cioè una piena di minore entità - aleggia anche tra gli abitanti di cascine e paesi che si ritengono al sicuro grazie agli argini. La macchina organizzativa della protezione civile si attiva cominciando a metter e al sicuro malati e anziani e a reperire i mezzi di trasporto per chi ne avesse necessità, ma la decisione di evacuare è difficile da prendere. Una riunione con il prefetto di Lodi a San Rocco al Porto si conclude in uno sconcertante nulla di fatto: i sindaci ne escono con il più classico dei cerini in mano, con la netta sensazione di essere lasciati dalla massima autorità locale di pubblica sicurezza soli con la propria coscienza a prendere “la decisione”. Che arriva, in piena notte, per Guardamiglio, San Rocco, Santo Stefano e Caselle Landi: suonano le campane per lanciare il segnale di allarme, che viene portato anche dai volontari di protezione civile per le vie dei paesi e tra le cascine: meglio andar via, prima che il Po esondi, o peggio spacchi gli argini portando - allora sì - distruzione con sé.

Non succederà, fortunatamente: la gente lascia le proprie case - con i più anziani è necessaria una più pressante opera di convincimento, è difficile lasciare le proprie cose, i propri ricordi, c’è anche la paura degli sciacalli che potrebbero approfittare delle case incustodite - e raggiunge parenti, amici o i centri di accoglienza ricavati nelle palestre scolastiche e nell’area fiera a Codogno e Casale. Un esodo di ottomila persone circa: fortunatamente tutti - dopo due notti da sfollati - potranno tornare nelle loro case, che non hanno subìto danni, grazie anche a un manipolo di agricoltori che con i loro trattori e le loro pale alzano letteralmente una corona sull’argine in una zona particolarmente a rischio tra Somaglia e Guardamiglio: è stato questo, assieme ai sacchetti di sabbia del Magistrato per il Po, che ha impedito l’esondazione.

E c’è chi ringrazia ancora San Savino, il cui busto viene portato sull’argine dall’allora parroco di Guardamiglio con la preghiera di calmare le acque. Già, il senso religioso e la vita della gente, com’erano compenetrati tra loro: nei mesi seguenti il compianto don Gianni Bergamaschi commissiona un affresco sull’alluvione in una cappella in chiesa a San Rocco al Porto.

Quando finalmente nella giornata del 18 ottobre il fiume comincia ad abbassarsi restano “solo” da contenere i fontanazzi, smaltire la paura e farsi sentire: i sindaci creano anche un consorzio per chiedere contributi e soprattutto manutenzione e sicurezza delle difese spondali. L’argine è stato effettivamente rialzato, la speranza è di non doverlo mettere ancora così alla prova.n


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