Pronto soccorso a Lodi, odissea in sala d’attesa
L’accampamento fuori dal pronto soccorso (Ribolini)

Pronto soccorso a Lodi, odissea in sala d’attesa

Per parenti e pazienti due gazebo e poche sedie sotto sole e pioggia per aspettare il proprio turno

«Noi capiamo tutto, l’emergenza, la difficoltà, le norme, ma la verità è che la situazione così è penosa». Claudia lo dice che con filo di voce, senza verve polemica. Sono le 14.30, è seduta su una delle poche sedie posizionate a due passi dalle porte scorrevoli, che un tempo erano la prima linea di accesso al pronto soccorso, dove oggi può entrare solo chi deve fare il triage. «Ma ci diamo il cambio con gli altri parenti, le sedie non bastano per tutti - dice - e oggi siamo anche fortunati. La temperatura è accettabile, non fa troppo caldo e non piove a dirotto come ieri».

Quando sul Lodigiano l’acqua si è abbattuta in modo intenso per tutto il giorno e le persone in attesa di notizie dei parenti ricoverati al pronto soccorso non ha potuto fare altro che cercare di ripararsi con le strutture messe a disposizione. Fino a qualche tempo fa non c’era nessun luogo riparato: oggi ci sono due gazebo, posizionati uno vicino all’altro, che offrono un po’ d’ombra nei giorni di sole e caldo eccezionale o di riparo dalla pioggia, «ma non basta: intanto perché i posti sono pochi, ma anche perché un gazebo non ripara dagli acquazzoni. Senza contare che proviamo a immaginare 20 persone che si riparano tutte sotto lo stesso gazebo: non riuscirebbero mai a stare a distanza di sicurezza».

Le persone in attesa sono divise in due gruppi: sotto i gazebo e tutt’intorno, su sedute dislocate qua e là, ci sono familiari e accompagnatori dei degenti; dall’altro lato del corsello delle ambulanze, con il foglio del triage in mano, ci sono coloro che aspettano la visita. «Il mio pensiero va soprattutto ai bambini e agli anziani - racconta da mamma - : ma si può far aspettare anche loro fuori con questo caldo?». Altro tema è quello dell’accesso ai servizi - «ci hanno detto che dobbiamo fare il giro e andare in ospedale, qui in pronto soccorso non possiamo accedere» - e poi del contatto i parenti e le informazioni. «La sala d’attesa è una situazione da terzo mondo - fa eco Alfonso - , anche se almeno siamo riusciti ad avere informazioni sulle condizioni dopo tre ore, dalle 9 alle 12. Da allora però non sappiamo più nulla, non possiamo vederla e non sappiamo cosa sta succedendo all’interno. Servirebbe delle regole chiare, ovvero un sistema che prevede un aggiornamento fisso dopo tot ore in cui il personale informa sulle condizioni».

Non potendo stare a contatto con i parenti all’interno, anche secondo Edoardo sarebbe opportuno un sistema di informazione codificato e preciso. «Magari un display, con i pazienti individuati con un numero seriale e un aggiornamento costante sui tempi di attesa così che anche i parenti qui fuori possano stare più sereni - spiega l’uomo - : noi siamo qui dalle 11 e sono le 15, al momento non sappiamo molto di più». Mentre parliamo scatta la chiamata dagli operatori - per cognome del ricoverato - e i parenti si avvicinano per avere novità e capire se all’orizzonte c’è un ricovero o una dimissione, mentre un’altra signora chiede alla guardia giurata se qualcuno può fare avere la giacca del parente all’interno del pronto soccorso. «Gliela porto io, non si preoccupi» dice l’uomo solerte. «Almeno il pronto soccorso è aperto, non avere il servizio sarebbe stato sicuramente peggio - dice invece Samanta - , poi certo non è agevole. Siamo qui fuori, con poche sedie, esposti al tempo e quando fa molto caldo gli anziani come fanno? O quando piove come ieri? Poi sicuramente la privacy non esiste più: la diagnosi dei vari pazienti e i nomi li sentono tutti qui fuori. Lo spazio è quello che è».


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