Pregliasco: «Variante indiana e riaperture, serve prudenza»
Il professor Fabrizio Pregliasco

Pregliasco: «Variante indiana e riaperture, serve prudenza»

Il direttore sanitario del Galeazzi in un’intervista fa il punto sull’epidemia

Sui primi casi in Italia della variante indiana del Covid, che ha messo in ginocchio metropoli come Nuova Delhi, parla a “Il Cittadino” il professor Fabrizio Pregliasco - Direttore sanitario dell’Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano, appartenente al Gruppo San Donato, nonché Ricercatore Confermato di Igiene Generale ed applicata all’Università degli Studi di Milano -, che per l’occasione traccia anche un bilancio della campagna vaccinale in corso. Al tempo stesso il noto virologo esprime qualche preoccupazione per le riaperture che sono state definite dal Governo nella fase in cui il virus resta in circolazione e la quantità di persone vaccinate non è ancora sufficiente a fare da scudo all’epidemia.

Professor Pregliasco, dall’India stanno arrivando notizie e immagini molto preoccupanti: quali sono le caratteristiche di questa nuova variante?

«Questa variante è frutto di due mutazioni del virus e sicuramente è molto contagiosa, mentre non sappiamo se sia più aggressiva. Anche perché in merito alle notizie che ci arrivano dall’India, occorre tenere conto che la situazione che si è creata è frutto di scelte istituzionali in base alle quali sono continuate le abluzioni nel Gange e si sono comunque tenuti comizi ed eventi con la partecipazione di grandi folle di persone: questi atteggiamenti hanno fortemente contribuito al dilagare dell’epidemia. E in ogni caso, in base ad uno studio condotto in Israele, il Pfizer dovrebbe garantire una buona copertura».

Per quanto riguarda l’Italia per il momento si parla di pochi casi isolati casi, ma cosa può essere fatto per contenere la diffusione di queste mutazioni?

«È fondamentale il sequenziamento con la genotipizzazione del virus per individuare, tra i tamponi molecolari positivi, se questi contengano o meno la variante indiana. Solitamente la normale analisi consente di sapere se i tamponi sono positivi o negativi, si aggiungono poi dei test che danno la possibilità di individuare solo le mutazioni che sono già note. Mentre in alcuni laboratori specializzati, a cui vengono inviati a random i tamponi positivi, è possibile cercare anche le nuovi varianti e questa attività è molto importante in quanto consente di adottare in modo tempestivo le misure, in termini ad esempio di isolamento delle comunità colpite da eventuali focolai, che sono necessarie a contenerne la diffusione».

La presenza della variante indiana pone l’accento sul rilievo che dovrebbe avere il piano di immunizzazione in tutto il mondo e soprattutto nei Paesi di sviluppo…

«È assolutamente necessario che vengano messi in campo tutti i vaccini esistenti, anche quello cinese che è simile all’antinfluenzale e che è meno efficace, al fine di immunizzare con gli strumenti che abbiamo a disposizione il più rapidamente possibile una parte rivelante della popolazione mondiale. Altrimenti sarà molto difficile lasciarsi alle spalle la pandemia».

Lei come vede la campagna vaccinale in corso in Lombardia e in Italia?

«Mi sembra che sia ormai stata predisposta un’organizzazione solida: la speranza a questo punto è che ci sia un numero sufficiente di vaccini per consentire di procedere rapidamente. E comunque, per quanto riguarda la fornitura, il generale Figliuolo è stato rassicurante».

Sul piano dell’epidemia secondo lei come saranno i prossimi mesi?

«Sinceramente sono un po’ preoccupato per le riaperture e le conseguenze che ne possono derivare, a partire della situazione che si può creare sui mezzi pubblici, in quanto siamo in una fase che dovrebbe restare ancora di cautela: spero che queste scelte si riducano ad un eventuale aumento di contagi senza generare altri picchi dell’epidemia che andrebbero a creare nuova pressione sul sistema sanitario. Per vedere una stagione più serene occorre attendere settembre, tenendo conto che i giovani nel breve termine non saranno vaccinati e che proprio i ragazzi, che vivono in forma più aggregata, spesso sono fonte di contagio all’interno delle famiglie».


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