Peste suina, anche nel Lodigiano cresce la preoccupazione
Un allevamento di maiali in provincia di Lodi, dove complessivamente ci sono quasi 400mila capi

Peste suina, anche nel Lodigiano cresce la preoccupazione

La situazione in Lombardia è sotto controllo, gli allevatori temono soprattutto lo stop all’export

Al momento, la situazione in Lombardia è ancora sotto controllo, ma anche tra gli agricoltori locali sta montando la preoccupazione dopo i casi di peste suina africana rilevata in alcune carcasse di cinghiali ritrovate in Liguria e Piemonte, alle porte del Pavese.

Nelle due regioni, il Ministero ha istituito delle zone di controllo sanitario, ma anche in Lombardia è stato sancito il divieto di caccia itinerante al cinghiale nella provincia di Pavia.

Confagricoltura, prima di tutto, sgombra il campo da eventuali ansie collegate alla salute umana: «La malattia non si trasmette all’uomo e quindi non crea sotto questo aspetto alcun problema di tipo sanitario – commenta Luciano Nieto, commissario dell’associazione per le zone di Lodi, Milano e Monza Brianza -; incide invece in maniera determinante sugli allevamenti eventualmente colpiti dal virus».

Nel caso che la peste suina si trasmetta a un capo in un allevamento, tutti gli animali devono essere abbattuti: le conseguenze economiche sono evidenti.

Ma il problema è anche collegato ai possibili divieti di importazioni di carne di suino e prodotti derivati da parte di Paesi stranieri nei confronti della produzione italiana: «Confagricoltura ha già chiesto al Ministero, a livello nazionale, di adottare le misure necessarie per salvaguardare gli allevamenti nostrani nell’intento di contenere gli eventuali danni che potrebbero derivare dall’estendersi della malattia».

Secondo Coldiretti Lombardia, ad esempio, «la tempestiva adozione di un provvedimento nazionale consente alle attività produttive di continuare a lavorare in sicurezza, fornendo rassicurazioni in merito alle esportazioni», e questo «è importante soprattutto per la nostra regione dove è allevato il 53 per cento dei maiali italiani».

«Occorre anche che il controllo della fauna selvatica - afferma ancora Nieto - ritorni al centro dell’attenzione delle autorità nazionali con il Ministero delle Risorse Agricole e Forestali a fare da guida, poiché sono già diversi i casi simili registrati nel nostro Paese, a partire dall’influenza aviaria nel pollame che ci arriva dalle anatre selvatiche».

Anche secondo Coldiretti, infatti, la situazione attuale è da imputare alla mancata azione di prevenzione e contenimento «di fronte alla moltiplicazione dei cinghiali che invadono città e campagne da nord a sud dell’Italia dove si contano ormai più di 2,3 milioni di esemplari».

La Coldiretti valuta positivamente la decisione di Regione Lombardia di attivare una task forse per prevenire e contrastare la peste suina sui nostri territori, indicando la necessità di «vigilare anche contro le speculazioni di mercato, dopo che sono state attivate misure precauzionali alle frontiere di Svizzera, Kuwait e in Oriente è stato previsto un temporaneo stop alle importazioni di carni e salumi Made in Italy».

La situazione del comparto

Nel Lodigiano ci sono allevamenti per un totale di quasi 400mila capi, e le speculazioni che si prospettano nei confronti della produzione italiana rischiano di rovinare il settore dopo un’annata chiusa col segno positivo. I dati infatti parlano di un buon andamento dei prezzi dei capi suini da macello, che hanno visto l’indice Crefis di redditività del comparto allevatoriale italiano registrare un +6,5 per cento su base congiunturale. Questa situazione favorevole ha portato a un piccolo miglioramento anche nel dato tendenziale (+0,3 per cento. Il prezzo medio mensile dei suini da macello destinati al circuito tutelato è stato pari a 1,645 euro al chilo per gli animali della tipologia pesante, mentre per i suini da allevamento, i dati sono in aumento con il prezzo dei capi da 30 kg salito a 2,242 euro al chilo.


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