Percentuali bulgare al referendum

All’indomani del voto referendario, è la riscossa della partecipazione uno dei dati chiave di questa consultazione, assieme al valore innegabilmente politico del voto, ma pure alla consapevolezza che, così com’è, quest’istituto costituzionale ha bisogno di alcune correzioni alla luce del mutato contesto sociale. È un segnale forte di partecipazione il 57% di votanti in Italia: era dal 1995 che, in un referendum abrogativo, non si raggiungeva il quorum, con una continua erosione degli elettori che si recavano ai seggi, e proprio sui 12 referendum del 1995 la percentuale era stata analoga. Se si considerano le elezioni amministrative delle scorse settimane, dove al primo turno si è raggiunto il 71,04% per le comunali e il 59,62% per le provinciali, mentre al secondo turno hanno votato per i ballottaggi di comuni e provincie, rispettivamente, il 60,21% e il 45,34% degli aventi diritto, emerge come il corpo elettorale abbia sostanzialmente “tenuto”, nonostante gli inviti all’astensione di alcuni leader politici – che non vanno sottovalutati – e considerato anche che un referendum – per quanto politicizzato come questo – ha indubbiamente meno appeal dell’elezione del proprio sindaco. Indice di partecipazione è anche la nutrita presenza ai seggi di rappresentanti di lista e dei comitati promotori dei referendum, escamotage attraverso il quale centinaia, probabilmente migliaia di giovani studenti e lavoratori “fuori sede” hanno potuto esprimere il loro voto (nel seggio dove sono stati nominati) senza dover necessariamente tornare al paese di residenza, soluzione in diversi casi proibitiva per i costi (nonostante le agevolazioni per treni e aerei) e il tempo richiesto. La volontà di diventare rappresentanti di lista pur di votare implica una partecipazione ben superiore alla singola espressione del voto, ma chiede anche di “schierarsi” pubblicamente. Diversi lo hanno fatto, molti altri – legittimamente – no, così aumentando, magari controvoglia, la fetta di astensionismo. Non sono pochi coloro che, per motivi di studio o di lavoro, vivono lontano dalla loro residenza e non vi possono tornare con frequenza. Dunque, sulla mobilità degli italiani si dovrà riflettere. Inconfutabile, poi, è il giudizio politico che emerge dalle urne, dato dalle percentuali “bulgare” di sì. Solo nel 1991 un referendum superò la soglia del 95%, ed era quello per l’abolizione delle preferenze multiple alle elezioni politiche (i “sì” ebbero il 95,6%). Al di là delle diverse interpretazioni, oltre un italiano su due tra tutti i maggiorenni che hanno diritto di voto (quindi la maggioranza assoluta degli elettori) si è apertamente schierato per il “sì”, contro le indicazioni del capo del governo e di diversi ministri che invitavano all’astensione per far fallire la consultazione. Un messaggio chiaro al quale la politica italiana è chiamata a dare risposta. Ma, al di là del risultato chiaro, restano aperte diverse questioni, a partire dalla “tecnicalità” di tanti quesiti sui quali in questi anni si è stati chiamati al voto e dalla possibilità conseguente che la volontà popolare venga “manipolata”. Proprio in virtù dei cambiamenti intercorsi nel corpo sociale, appare oggi sottodimensionata la soglia delle 500 mila firme richieste dalla Costituzione. Si tratta di una bassa soglia d’accesso che permette con troppa facilità d’innescare il meccanismo. D’altra parte, però, il traguardo raggiunto in questo caso (per motivi che, come detto, hanno natura politica e non attengono soltanto alle specifiche richieste rivolte nelle schede elettorali ai cittadini) non deve far dimenticare che il quorum è un ostacolo spesso insormontabile e che può persino generare distorsioni proprio nelle garanzie costituzionalmente espresse. A partire dal voto “libero e segreto” di cui all’articolo 48 della Costituzione.

L’astensionismo utilizzato in chiave politica può essere più o meno legittimo, ma di sicuro mina il principio della segretezza: nel segreto dell’urna si dispone liberamente del proprio voto, ma quando l’opzione scelta è riconoscibile pubblicamente da un timbro sulla tessera elettorale di quella segretezza rimane ben poco (e questa volta è ben chiaro: chi è andato a votare, con poche e fisiologiche eccezioni, era per il “sì”; non necessariamente appartiene a una parte politica, ma sicuramente non si è riconosciuto in coloro che hanno invitato ad astenersi).

Togliere il quorum, magari con una soglia d’accesso decisamente più alta, eliminerebbe ipso facto il problema.

Tener conto del tessuto sociale, poi, chiede anche di dare risposta a quanti vivono lontano dalla residenza e, pur dovendo esprimersi per una consultazione uguale in tutt’Italia, oggi sono costretti a sobbarcarsi oneri non indifferenti. Non si potrebbe, ad esempio, istituire una sezione elettorale nei comuni per i “fuori sede”, alla quale questi possano iscriversi con congruo anticipo e quindi andare a votare?

Da ultimo, ancora una volta si conferma, ahimè, l’ambiguità del voto degli italiani all’estero: per quanto possa essere un benemerito riconoscimento, i vizi che gli sono riconosciuti sono tali e tanti che imporrebbero un deciso ripensamento e, forse, qualche doloroso eppur necessario ridimensionamento.

Alla base di tutto, però, serve una politica che nuovamente si riappropri della cura del bene comune e in tale ottica operi con trasparenza per venire incontro ai cittadini e alla loro reale volontà.


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