MELEGNANO Pensionamento “amaro” per il dottor Bellinzoni

MELEGNANO Pensionamento “amaro” per il dottor Bellinzoni

Medico in pensione dopo 40 anni di servizio: «Non posso nemmeno salutare i miei pazienti»

«Con tre pazienti morti e una ventina di contagiati, il Covid è stato un grande shock per il mio vissuto professionale, non ho neppure avuto la possibilità di salutare i miei affezionati pazienti». Tra i dottori più noti e apprezzati di Melegnano, il 67enne medico di famiglia Giuseppe Bellinzoni racconta così gli ultimi mesi di lavoro ai tempi del coronavirus, che ieri l’hanno visto appendere il camice al chiodo dopo 40 anni di carriera, la massima parte della quale a favore della comunità locale. «Quello del Covid è stato un dramma inaspettato e per questo ancor più dirompente - sono le sue parole -: oltre alla perdita di un grande amico anch’egli medico che si somma a quella di tanti altri colleghi, ho contato tre pazienti deceduti e una ventina di contagiati. Come del resto i miei colleghi, da fine febbraio lavoro soprattutto al telefono, sono arrivato a ricevere sino a 60 chiamate al giorno: ovviamente munito di guanti, mascherine e degli altri sistemi di protezione, ho accolto in ambulatorio solo i casi di massima urgenza, il tutto su appuntamento con la sala d’attesa deserta. Una cosa a dir poco inimmaginabile solo pochi mesi fa, quando ero solito ricevere decine di pazienti al giorno: con l’attività in ambulatorio privata del contatto diretto con i malati, a 67 anni è stato un grande shock per il mio vissuto professionale, che si è invece sempre basato sul rapporto quotidiano con i pazienti. Sebbene in questi giorni abbia ricevuto numerose telefonate e diversi attestati di stima, nelle ultime settimane di lavoro non ho avuto neppure la possibilità di salutarli di persona». Dopo la laurea alla Statale di Milano e il tirocinio al Policlinico di Milano, la carriera del dottor Bellinzoni è iniziata come chirurgo al Policlinico di San Donato. «Furono anni tanto intensi quanto entusiasmanti, appena 35enne assunsi ruoli di grande responsabilità sia al pronto soccorso sia in reparto - continua il medico -: la svolta arrivò all’inizio degli anni Duemila quando, dopo un delicato intervento chirurgico, lasciai l’ospedale per diventare medico di famiglia a tempo pieno con ben 1.500 pazienti. Con la rinuncia all’attività chirurgica, ho perso il pathos e l’adrenalina della sala operatoria, ma ho riscoperto il contatto umano con i malati, ai quali i medici devono infondere speranza e sicurezza. Nasce da qui la necessità di comprendere il carattere, le emozioni e le paure dei pazienti, che ringrazio di cuore perché mi hanno fatto sentire parte di una grande famiglia».


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