Gioia e gli stipendi da restituire: «Guardo alla sostanza, non alla forma»
Il direttore generale dell’Asst di Lodi Salvatore Gioia

Gioia e gli stipendi da restituire:

«Guardo alla sostanza, non alla forma»

Lodi, il direttore generale dell’Asst rassicura medici e infermieri che erano stati a casa per gravi patologie e terapie salvavita

Sul caso della restituzione degli stipendi da parte dei dipendenti dell’ospedale in cura con terapie salvavita si va verso una specie di “sanatoria”. Anche se l’attuale direttore generale dell’Asst di Lodi Salvatore Gioia non la chiama proprio sanatoria.

«Rivediamo le posizioni di ciascuno - dice -. Se uno era ammalato, anche se non ci sono i certificati dello specialista però c’era la malattia, si è curato, ha seguito le terapie - afferma deciso -. Questo è quello che conta per noi, puntiamo alla sostanza, non alla forma».

La vicenda riguarda 33 dipendenti o ex dipendenti dell’Asst di Lodi, i quali, essendosi ammalati per gravi patologie, soprattutto tumori, erano rimasti a casa, con il consenso, anzi su consiglio dell’ex Azienda ospedaliera, tra 2002 e 2012 circa, in applicazione dell’articolo 11 del contratto, con lo stipendio intero, per le loro terapie salvavita, chemio, radio e interventi chirurgici. Questo fino a quando l’Azienda ospedaliera ha detto che la norma era stata applicata in modo sbagliato, i certificati richiesti non erano giusti, serviva quello dello specialista, non bastava l’attestato del medico di medicina generale.

L’ex direttore amministrativo dell’Azienda ospedaliera Gianluca Bracchi aveva sollevato il caso presso la Corte dei conti. A marzo, quindi, sono partite dall’Asst, una serie di lettere ai dipendenti o ai loro eredi in caso di decesso, nelle quali si chiedeva la restituzione immediata degli stipendi considerati “in eccesso”.

Gli eredi dell’infermiera Carmela Ravo

Gli eredi dell’infermiera Carmela Ravo

«Attualmente però ho bloccato le richieste di risarcimento inviate dagli uffici - commenta il manager -, ho avviato una nuova istruttoria, invitando le persone ad incontri singoli per risolvere la vicenda. Se i certificati consegnati non erano quelli giusti, non importa, si può risolvere. Se la patologia c’era, c’era. Io credo che nel giro di un mese le situazioni si risolveranno. Bisogna esaminare caso per caso. Le soluzioni potrebbero essere diverse. Sono molto vicino ai colleghi e ai loro famigliari».

Alcuni di quei dipendenti sono anche deceduti e il caso è passato nelle mani dei loro eredi. «La situazione - dice il dottor Gioia - poteva essere gestita in modo migliore. Era lì da tempo. Io ho preso atto della segnalazione che era stata fatta. Si tratta di capire se c’è stato un danno erariale. Vorremmo chiudere questa vicenda nel modo migliore. Per alcuni la situazione è addirittura caduta in prescrizione».

Il dottor Gioia però non ha dubbi: «Se il problema è la mancanza del certificato dello specialista - ribadisce - si risolve. Non ci sarà il certificato, ma la malattia sì. L’indicazione che ho dato è di guardare all’aspetto sostanziale. Il modo per sanare la forma si trova».

Il manager è fiducioso. «Agli incontri attualmente - spiega il direttore - hanno aderito 20 dipendenti. Anche se le pezze giustificative non sono state richieste in passato c’è comunque traccia delle terapie fatte. Partendo dalla sostanza si arriva a sanare la forma. Ad alcuni sono attribuite cifre di 50 euro e anche meno, altri invece molto alte, perché sono stati assenti tanto tempo per la malattia».

Secondo il manager «c’è un baco anche nella norma che copre solo la giornata, ma non l’intero periodo. Per questo nell’ultimo contratto sono stati aggiunti i periodi successivi al giorno della chemioterapia. Quando si è in queste situazioni tutto il periodo deve essere coperto. Questo è il mio pensiero - dice -. Mi auguro che si possa giungere a una sanatoria normativa anche per il passato. Due dipendenti hanno fatto ricorso, sono andati in tribunale e hanno perso. Le lettere sono partite perché dagli uffici hanno detto che c’era questa vicenda aperta. Io poi sono intervenuto subito per bloccare una situazione che era da gestire in modo diverso».

Gli avvocati dei 33 dipendenti si sono sentiti tra loro e hanno fatto partire le lettere con le richieste di chiarimenti. A denunciare la situazione, nei giorni scorsi, sono stati Marco e Laura Losi, marito e figlia dell’ex infermiera dell’ortopedia di Lodi Carmela Ravo. A seguire il loro caso è l’avvocato del sindacato Fisi guidato da Gianfranco Bignamini. I dipendenti si sono rivolti anche alle altre sigle sindacali, oltre che ad avvocati privati, e parole di rammarico erano arrivate anche dalla rappresentante della Uil Rosaria Messina.


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