«Non riesco più a mettermi davanti a una tela»

«Non riesco più a mettermi davanti a una tela»

L’artista Angelo Palazzini lamenta l’isolamento dai circuiti culturali bloccati dalle varie quarantene

Edifici dalle tante finestre che svelano improbabili interni, dipinti sul nero degli sfondi senza tempo. Arcate di palazzi e facciate di chiese sospese nel silenzio, dove stranianti presenze sono intente a vivere situazioni oniriche: capaci, nell’incrocio con l’ironia dei titoli dei quadri, di ribaltare la malinconia di un mondo di solitudine. Nel vocabolario surreale della pittura di Angelo Palazzini, certi racconti in bilico tra immobilità e inquietudine sembrano aver anticipato i recenti scenari delle nostre città vuote. Eppure nascono nella verdeggiante serenità dello studio di Terranova de’ Passerini immerso nella campagna, che ha visto costruirsi negli anni il repertorio dell’artista: «Non c’è malinconia più malinconica di quella descritta dalla metafisica», osserva riferendosi alla sfumatura stilistica individuata da qualche critico nel suo linguaggio, da collocare nell’ambito di un surrealismo che sconfigge gli incubi con l’humor e la fantasia.

Terranova de’ Passerini, piena “zona rossa”. La pandemia e le tragedia del Lodigiano hanno inciso sul tuo lavoro?

«Fino a qualche settimana fa ho continuato a lavorare, vivendo il piacere del dipingere anche come una sorta di terapia, la creatività come amica del sistema immunitario. Da una quindicina di giorni non riesco invece a mettermi davanti a una tela. Vivo le cose intensamente, ora con gioia esagerata ora con malinconia, e il protrarsi della situazione pandemica mi ha portato a dedicarmi alla riflessione, specie intorno alla vita sociale, più che all’azione artistica. Oltretutto, collaboro con quindici gallerie sparse per l’Italia e l’Europa, e tutte sono chiuse: mancano gli stimoli del dialogo con il pubblico, e anche quelli di tipo commerciale».

Pensi che questa riflessione produrrà mutamenti sulla tua pittura?

«Le linee fondanti del mio lavoro non cambieranno. Più avanti, passato questo momento, mi piacerebbe realizzare una tela solo per me, rappresentativa di quest’epoca; una grande tela che immagino a sviluppo paratattico, nella quale raggruppare le voci provenienti dal mondo, portate dai media, anche nel segno delle grandi contraddizioni alle quali stiamo assistendo. Ma la realizzerò in tutta serenità, quando tutto sarà finito, in una sorta di personale “revisionismo”».

Rispetto alla vita quotidiana, come vivi le giornate attuali?

«Le mie giornate sono comunque piene. Ho la fortuna di vivere in campagna, a contatto con la natura, e di avere tanti amici con i quali mantengo i contatti: mi manca, come per tutti, il non poterli incontrare. C’è il dolore per i morti, la paura per la salute dei miei cari e per la situazione economica. Vedo le mascherine come qualcosa che toglie il sorriso e neutralizza l’anima».

Ritieni che l’arte possa avere un ruolo, nella riconquista della normalità?

«Se faccio un viaggio all’indietro nella storia, vedo che l’arte ha sempre insegnato e riflettuto sui fatti, ma a distanza di tempo. Il suo messaggio, rispetto ai grandi mutamenti, al progresso o alle catastrofi, è sempre stato recepito “dopo”. Credo che sarà così anche questa volta».


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