Non far morire la speranza dei poveri

È come sfogliare i giornali di un anno e ripercorrere le grandi emergenze umanitarie che hanno scosso l’umanità nel 2015. È come fare un viaggio nelle periferie più lontane del mondo e scoprire tutti i volti della povertà . È questa l’esperienza che si fa entrando nell’ufficio della Chiesa italiana che gestisce i fondi dell’8xmille per gli interventi caritativi a favore del terzo mondo. Il direttore don Leonardo Di Mauro ha lasciato la sua parrocchia per dedicarsi a tempo pieno a questo delicato compito, verificando di persona l’andamento dei progetti. È da poco ritornato da un viaggio a Gaza e il 26 dicembre è partito per Colombo, in Sri Lanka, per l’inaugurazione con il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, del Centro culturale Benedetto XVI a Negombo finanziato appunto con i fondi dell’8xmille.

Nel corso del 2015, fino ad oggi, sono arrivate all’Ufficio Cei oltre 1.200 domande. “Sono il segno – dice Di Mauro – di un grande bisogno che c’è nei Paesi poveri”. I progetti che sono stati approvati e attivati nel 2015 dal mese di marzo ad oggi sono circa 600. Ma la lista non è ancora completa perché il bilancio finale verrà chiuso a marzo 2016.

Ammontano, fino ad ora, a circa 68 milioni di euro i fondi stanziati dalla Cei per il terzo mondo

e “in proiezione, visto che ci saranno ancora 2 incontri del Comitato, riteniamo che impegneremo anche per il 2015 tutti gli stanziamenti disponibili provenienti dall’otto per mille che, come è noto, ammontano a 85 milioni di euro”.

I progetti sostenuti sono nell’ambito della formazione e dello sviluppo. Sono di tutti i tipi: dai progetti piccolissimi che vanno a sostenere persone che vivono in villaggi sperduti nelle savane, a progetti importanti nelle grandi metropoli a favore della salute, dell’agricoltura, dell’artigianato locale, della scolarizzazione, della promozione della donna.

Oltre il 50% dei progetti (ad oggi 320) sono stati avviati in Africa, circa il 20% in America latina e altrettanti in Asia.

Come ogni anno all’Ufficio della Cei sono passate in rassegna le grandi emergenze del 2015. Sono stati finanziati progetti per “combattere l’ebola nei luoghi dove, purtroppo, è ancora molto diffusa”; sono stati stanziati finanziamenti per sostenere i rifugiati e i migranti della rotta balcanica e per aiutare i profughi dei conflitti in Medio Oriente con progetti che, oltre ad assicurare generi di prima necessità, garantiscono la continuità di istruzione per i bambini e i giovani. Don Di Mauro ricorda, a questo proposito, il viaggio a Erbil del segretario generale della Cei, Nunzio Galantino, dove ha inaugurato un’Università. È arrivata la richiesta di aprirne un’altra sempre vicino ad Erbil, nel quartiere di Ankawa.C’è stato infine il terremoto in Nepal “dove però c’è una situazione molto difficile dal punto di vista politico”.

Dall’Ufficio di via Aurelia, transitano progetti di sostegno alle popolazioni povere in tutto il mondo.

Si va dal Benin, dove viene finanziato un progetto di prevenzione e cura della labio-palatoschisi, delle malformazioni al volto. In Sud Sudan è stato costruito un centro per la formazione umana, promozione della pace e cura di gente traumatizzata dalla violenza. In Brasile, viene sostenuto invece un progetto di accoglienza di bambini e giovani di strada. Anche a El Salvador si punta ai bimbi dai 2 ai 10 anni con la costruzione del Centro di sviluppo e protezione infantile San Juan Pablo II.

“Il filo rosso -racconta don Di Mauro – è quello della povertà, dei bisogni sostanziali, concreti, primordiali, che riguardano la salute, il diritto all’istruzione, la casa. È una povertà non dovuta a inerzia o a incapacità ma spesso è impoverimento frutto di ingiustizia sociale, sperequazione. E questo fa male. Per cui quello che possiamo fare con questi interventi, grazie agli italiani che hanno ancora questa fiducia per l’8xmille della Chiesa italiana, è più che un atto di carità,

“un atto di restituzione, restituire ai poveri, forse in piccola parte, il tanto che è stato loro tolto”.

“Questi luoghi della marginalità sono popolati da uomini e donne che, pur vivendo in contesti difficili, non si sono lasciati schiacciare dalla rassegnazione ma coltivano la speranza, pur sapendo che è molto fragile.

Abbiamo allora una grande responsabilità nei loro confronti: creare una cultura di solidarietà e non di divisione e condanna, costruire ponti e non innalzare muri. Ma soprattutto – conclude Di Mauro – abbiamo la responsabilità di non far morire la speranza di questi popoli”.

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