Niente visite ai malati in ospedale: occorre rivedere questa decisione
Costantino Bolis

Niente visite ai malati in ospedale: occorre rivedere questa decisione

L’intervento del dottor Costantino Bolis

Gentile Direttore le chiedo ancora ospitalità sul «Cittadino» per proseguire la riflessione, che ho iniziato nel mio ultimo intervento, sulla problematica relativa alle visite dei parenti in ospedale in tempo di covid.

Purtroppo, con il persistere della emergenza coronavirus, in tutti i presidi dell’Asst di Lodi, permane il divieto assoluto di entrata dei famigliari nelle corsie di degenza, tranne in caso di malati moribondi.

Come dicevo, a mio parere, è questa una disposizione non suffragata da motivazioni cliniche non modificabili. È infatti molto difficile comprendere come non si possa coniugare sicurezza e diritto del paziente di ricevere visite e conforto durante la malattia, perlomeno di un solo famigliare con tutti i dispositivi di protezione, una volta al giorno e per un tempo limitato. I danni che tutto ciò sta provocando sono enormi e gli Psichiatri, con molta più competenza di me, stanno esprimendosi in tal senso, pubblicando dati che devono farci riflettere seriamente.

La paura della malattia e della sofferenza, che tutti abbiamo e che mai ci abbandona, è oggi forse minore dell’angoscia che prende noi e le tante persone che incontriamo, terrorizzate di essere ricoverate e di non poter più vedere i propri congiunti una volta varcata la porta del pronto soccorso o di un reparto. Questo è inaccettabile in ogni caso, ma soprattutto dovrebbe esserlo per noi sanitari che non possiamo rinunciare a relazioni vere, a dialogare in presenza e non sul tablet, con malati e famigliari.

Ostinarsi nel proseguire su questa strada, senza impegnarsi a trovare soluzioni alternative e sicure, sta diventando forse più semplice ma non è giusto e siccome sui pronunciamenti generali di solito si è tutti d’accordo (i diritti del malato, il rispetto della sua volontà, un ambiente di ricovero dignitoso, ecc., ecc.), mi limito a due riflessioni molto concrete che, invece, visto quanto sta succedendo, non saranno da tutti condivise.

Per prima cosa mi chiedo, nel rispetto delle stringenti indicazioni degli organismi nazionali e regionali preposti alla sorveglianza sanitaria, come mai la discrezionalità e flessibilità pur molto limitate ma permesse, in alcuni ospedali o reparti, sono applicate e in altri casi invece neppur considerate?

Anche nella nostra regione, infatti, senza andar molto lontano, diversi Primari autorizzano l’ingresso, in terapia intensiva e nei reparti comuni, al letto del malato, di uno/due famigliari, ripeto con tutti i dispositivi di protezione, misura della temperatura e breve anamnesi, una/due volte al giorno, per 30/60 minuti.

Mi pare che questo sia estremamente ragionevole e prudente, anche se non a rischio zero. Ma è forse a rischio zero, per la diffusione del covid, il mio ingresso come medico, al mattino in ospedale, che ugualmente rispetta le norme di sicurezza ma viene da casa, dove ha incontrato persone, è stato a far compere o è appena tornato dalle vacanze? Sono forse a rischio zero i tanti giovani colleghi, medici ed infermieri, pur estremamente responsabili, che quando non sono in turno frequentano, giustamente, palestre, locali ed altri luoghi di ritrovo e dopo qualche ora iniziano a lavorare? O pensiamo che questo lo facciano solo gli altri ragazzi ma non i sanitari?

Caro Direttore, mi limito a questo, per sollecitare un confronto pacato e non per polemizzare. Spero che i tanti amici Colleghi, Primari, Infermieri, si confrontino e trovino soluzioni condivise, personalizzate, praticabili.

È più che mai doveroso visto il prolungarsi della epidemia per evitare effetti deleteri, accettabili solo se limitati ad periodo di estrema emergenza.

Grazie ancora per l’attenzione.

* Medico, già primario di anestesia e rianimazione, responsabile del dipartimento di emergenza urgenza e del dipartimento chirurgico nell’Asst di Lodi


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