Mamma, vieni? Hai finito?

In redazione si discute di quale iniziativa editoriale intraprendere per celebrare la festa della donna. L’anno scorso il direttore aveva deciso di dare voce alle giornaliste. Temo che anche quest’anno gli venga la stessa idea. Penso che ho chiesto due giorni di riposo e scrivere da casa con due bambini alle spalle che pretendono, giustamente, attenzione, non è facile. “Mamma non ci sei mai, adesso giochiamo”. Non direbbero proprio così, ma lo penserebbero. Ne sono sicura. Si fa in fretta a dire, conciliazione dei tempi di lavoro e di cura…Allora mi faccio venire qualche idea. La prima che mi viene in mente: “Intervistiamo le donne note del Lodigiano e chiediamo loro cosa ne pensano del caso Ruby”. La collega: “No, la gente è stufa di sentir parlare di Ruby”. Beh, è vero, ma io ho buttato lì il primo pensiero scontato. Il direttore: “Scrivilo tu. Ecco! Perché non fate dei fondi?”. Mi sono data la zappa sui piedi. Ci provo: “Ma no, dai! Alla gente non interessa quello che pensiamo noi”. La collega: “Se c’è da scrivere un fondo scriviamolo”. La frittata è definitiva. Sono le sei, mi alzo, bevo il caffè insieme a mio marito che va in fabbrica. Parliamo delle quote rosa. Per lui sono un contentino da parte degli uomini. Per me potrebbero essere comunque un inizio, anche se imposto, per trasformare il processo da obbligato in naturale. È vero che non basta essere donna per essere assessore o ministro, bisognerebbe essere donne capaci. Lo stesso discorso però non dovrebbe valere anche per gli uomini? I bimbi dormono e spero che lo facciano ancora per un po’…Accendo il computer, mi collego alla rete. Mi balzano all’occhio le dichiarazioni del ministro Maria Stella Gelmini, illuminanti, geniali: “Le donne non devono essere uguali all’uomo – dice, commentando la manifestazione “Se non ora quando?” - ma devono saper rivendicare la propria peculiarità, sensibilità e talento. La questione della dignità delle donne è un tema così alto, non può essere usato per attaccare l’avversario». Già, così alto che dovrebbero tacere! Mi piacerebbe sapere qual è, secondo il ministro, questo modo di rivendicare la loro “peculiarità”. Del resto cosa ci si deve aspettare da chi considera il congedo per maternità un privilegio, invece che un diritto sancito dalla legge? Leggo l’intervento della scrittrice Michela Murgia sulla trasversalità della protesta, relativa al cattivo uso del corpo femminile veicolato dai mass media e dalla cultura in generale. La seconda parte della sua intervista mi fa riflettere: la donna in Italia è considerata ancora un ammortizzatore sociale. Quando le donne sono riuscite a diventare manager e professioniste è perché, nella maggior parte dei casi, c’erano altre donne dietro, siano esse le straniere che hanno lasciato le loro famiglie per venire ad accudire le nostre, facendosi maltrattare da una politica razzista, siano le baby sitter italiane o le nonne dei nostri figli. Donne che sostituiscono altre donne, per lasciare alle seconde la possibilità di occuparsi d’altro. Sono le 7, i figli si svegliano: ”Mamma, vieni?”, “Mamma hai finito?”. “Ancora un attimo figlio mio!, Maschio anche tu, impara a essere diverso”. Diverso da chi, come l’avvocato Carlo Taormina, riesce a giustificare i carabinieri accusati di stupro perché “erano fuori servizio”. La battaglia per il rispetto è ancora lontana. Chi, tra i precari è più precario? La donna, ovviamente, che quando dichiara di essere incinta si vede consegnare il foglio delle dimissioni firmate in bianco al momento dell’assunzione. Chi in fabbrica viene lasciato a casa per primo? Chi viene sempre visto con diffidenza al momento dell’assunzione? Chi insegna nelle scuole e grazie alla riforma si trova senza più uno straccio di cattedra? O ancora, chi viene danneggiato dai tagli all’università, dall’aumento dell’età pensionabile o dalla privatizzazione dei consultori? Centrale è la questione della redistribuzione delle ricchezze tra chi fa i profitti e chi paga questa crisi, tra chi possiede palazzi e chi non ha casa, tra chi si giova di stipendi milionari e chi non ha un lavoro. Le donne fragili, italiane e soprattutto straniere, sono quelle che pagano di più. Ecco, questa è la cosa che bisogna dire: mobilitarsi per cambiare questa condizione. Grazie collega. “Bimbi!! Arrivo!!”.


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