Lombardia arancione, la riscossa del commercio
Un’estetista al lavoro con misure di sicurezza

Lombardia arancione, la riscossa del commercio

Le associazioni chiedono di far ripartire in sicurezza anche gli altri settori

La zona arancione, per molti, significa uscire da un incubo, o almeno poter coltivare la speranza di uscirne. L’ennesimo cambio di colore della Lombardia negli ultimi mesi non è ancora libertà, ma per gli operatori economici significa «uscire dall’incubo dell’impotenza e della frustrazione», come ha chiarito il segretario di Confartigianato Vittorio Boselli: «La sospensione ha voluto dire mani in mano, ricavi in fumo, collaboratori rimessi in cassa integrazione, costi fissi senza copertura – ha commentato Boselli -. Oggi si comincia a rivedere un orizzonte, ma si tratta solo di un primo passo, di cui beneficiano le attività del settore del benessere, acconciatori ed estetisti, ma non ancora baristi, ristoratori e gestori degli ambiti del fitness. L’esasperazione è altissima non solo tra i piccoli imprenditori, ma anche nella clientela. Se oggi vogliamo designare con una parola le aspettative degli operatori economici, questa parola è certezza: certezza di non dover più chiudere, di ricevere il vaccino appena possibile, di ottenere ristori finalmente proporzionati ai danni sin qui sopportati».

Anche Mauro Sangalli, segretario dell’Unione Artigiani, evidenzia come primo tema quello della certezza: «Se non hai dipendenti, magari è più facile organizzarsi, altrimenti diventa quasi impossibile. Anche gli ingessi contingentati, anche con la riapertura, per alcuni settori impongono una riorganizzazione del personale. Senza contare il problema degli spostamenti tra comuni, che non è ancora del tutto chiarito». Sangalli racconta poi la sofferenza dei lavoratori del settore dei servizi alla persona, «chiusi senza alcuna evidenza che fossero luoghi in cui si sviluppasse in modo particolare il contagio».

Anche nel commercio si procede coi piedi di piombo: «È un momento economico complicato sia per le imprese sia per le famiglie – commenta Isacco Galuzzi di Confcommercio -: la poca fiducia incide sulla capacità e propensione alla spesa delle famiglie, che oggettivamente cominciano a essere segnate da crisi prolungata. Le previsioni non possono quindi essere favorevoli ma c’è voglia di ripartire, c’è voglia da parte dei consumatori di ritrovare punti fermi per gli acquisti. Speriamo sia garantita la tanto sperata stabilità che possa consentire di programmare ripartenza in modo organico puntuale, perché la politica dei ristori si è rivelata inefficace».

Secondo Vittorio Codeluppi di Asvicom, questa riapertura sta quantomeno delineando una strada: «Le persone hanno voglia di tornare alla normalità, e ci aspettiamo un forte rimbalzo nella propensione ai consumi, che deve però essere sostenuto dalla capacità economica di spesa: l’economia è allo stremo, ci sono attività che funzionano, ma anche una valanga di impese che non ce l’hanno fatta. Per questo serve un disegno unitario anche nelle riaperture. Se riusciremo a governare la ripresa in modo che sia seria e strutturata, allora grazie alla genialità degli imprenditori italiani, potremo provare risolvere anche i problemi, come la burocrazia e la giustizia che sono da sempre la zavorra delle nostre imprese».


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