Lodigiano e Sudmilano, nel 2020 fallimenti dimezzati
Un’aula di tribunale (Foto by archivio)

Lodigiano e Sudmilano, nel 2020 fallimenti dimezzati

Ne sono stati dichiarati dal tribunale di Lodi 32 contro i 63 del 2019

“Crollano” da 63 a 32 in un anno i fallimenti dichiarati dal tribunale di Lodi, competente anche su quasi tutti i comuni del Sudmilano, esclusi San Donato e Peschiera Borromeo. Il 2020, l’anno in cui molte attività sono state fermate per mesi dai vari decreti covid, si è chiuso infatti con sentenze di fallimento per 32 aziende, contro le 63, quasi il doppio, che erano fallite nel 2019. che però era stato un pessimo anno sotto questo profilo. Ma non il peggiore. Infatti, nel 2018 le sentenze di fallimento erano state 30, nel 2017 erano 49, nel 2016, ben 74, nel 2015, addirittura 93, e nel 2014 erano state 92.

Dal palazzo di giustizia si fa sapere che i tempi di valutazione delle istanze di fallimento, che avvengono sostanzialmente sulla base della documentazione presentata, non si sono dilatati nei mesi scorsi, dato che trattandosi di udienze camerali non sono state soggette a rinvii, e quindi il valore finale dovrebbe rispecchiare sostanzialmente i “flussi” in entrata.

La prima lettura del dato è che quindi, almeno per quanto riguarda le società di capitali, il primo anno del covid non ha avuto un impatto drastico sulla sopravvivenza delle imprese. Tra i crack, compaiono i nomi di diverse società legate all’edilizia e alla manifattura, al tessile, alla ristorazione e al settore del tempo libero, e anche dell’elettromeccanica e del medicale. Ma non mancano nomi di presenze storiche nel panorama imprenditoriale lodigiano. Basso lo scorso anno anche il numero dei concordati, 2 nel 2020 a fronte dei 5 del 2019, 6 del 2018, 4 del 2017, 6 del 2016.

L’impressione è che, nonostante i bilanci magrissimi, la maggior parte degli imprenditori che sono stati costretti a tenere le braccia conserte abbia deciso di tenere in vita le imprese, ricorrendo ai risparmi e facendo affidamento sui contributi pubblici, sperando che alla fine dell’emergenza pandemica il modello di business continui a funzionare e sognando un “rimbalzo” in stile dopoguerra.

Il timore, anche negli uffici del tribunale civile, è che nei mesi a venire lo scenario rischi di precipitare, soprattutto qualora si esaurissero i, pur risicati, “ristori”. Una riflessione che nasce sulla memoria dell’onda molto lunga della crisi finanziaria del 2008, che ancora in questi giorni è alla base di sentenze per la chiusura di fallimenti piuttosto che per la composizione di crisi. La reazione del sistema economico infatti non è immediata, perchè dietro ai fallimenti c’è il saldo solo parziale e spesso minimale, e comunque dopo anni, dei debiti contratti per il funzionamento dell’impresa, e non solo di quelli bancari ma anche nei confronti dei fornitori, che a loro volta sono spesso esposti.

Quindi il dato dei “pochi” fallimenti del 2020 va letto come segnale di fiducia da parte degli imprenditori, ma questa fiducia è un patrimonio a termine, perchè a un certo punto le risorse finiscono e quello di non dichiarare fallimento potrebbe diventare per molti un lusso insostenibile.


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