LODI «Sono andato al mare a riposarmi, mi sono trovato in un altro inferno»
Alban Beltoja, classe ’69, si è trovato di nuovo a fare il medico in Albania

LODI «Sono andato al mare a riposarmi, mi sono trovato in un altro inferno»

La storia: il dottore, arrivato a Lodi, nel ’93, trovò albergo nella casa dell’accoglienza

Va in vacanza, nella sua terra, l’Albania, e si ritrova nell’infermo del picco pandemico. A dare consigli da medico ai colleghi di Tirana, ad assistere i pazienti, anche se solo al telefono. L’anestesista Alban Beltoja, classe 1969, in Italia, dal ’93, partito per il mare per trovare i suoi parenti e fare tre settimane di relax con la famiglia, si è ritrovato, per la seconda volta, in mezzo ai disastri causati dal coronavirus. «Avevo tremendamente bisogno di riposarmi», dice. «Così, tra una nuotata e l’altra, mi sono trovato a rispondere al telefono ai colleghi che mi chiedevano consigli, vista l’esperienza fatta a Lodi, e a curare anche i pazienti». Beltoja, quando è arrivato a Lodi dall’Albania, con un permesso di studio, aveva in tasca solo la laurea in medicina. Ad offrigli un alloggio, a Lodi, è stato don Mario Ferrari, nella casa dell’accoglienza. «Mi sono laureato a Tirana - racconta -, poi sono venuto in Italia. Mi hanno riconosciuto il titolo di studi, ma solo parzialmente. Ho dovuto rifare il sesto anno. Dopo la laurea ho portato a termine i 6 mesi di tirocinio all’ospedale di Lodi, nel reparto di medicina, insieme all’ex primario Giulio Nalli, il dottor Bolognini e Giuseppe Montanari». Poi ha vinto la borsa di studio, con un lavoro sulla ripavirina che, associata all’interferone, curava l’epatite C . Nel 2000, invece, ha fatto il grande passo, è entrato nel 118, si è iscritto alla specialità di anestesia e rianimazione. Da allora ha lavorato ininterrottamente in questo ambito. Beltoja, infatti, fa parte della squadra di anestesisti e rianimatori di Lodi, guidati da Enrico Storti, che si sono trovati a gestire la pandemia. E adesso ha dovuto affrontare la seconda pandemia nel suo paese. «A fine febbraio, quando qua il virus è esploso - racconta -, in Albania c’era il lockdown, un lockdown molto severo. Per questo hanno avuto solo 30 morti. Questo ha comportato un effetto paradossale: la popolazione si è lamentata perché era costretta a stare in casa, quando la situazione non era grave. Non hanno capito che non era grave proprio perché stavano in casa. Quindi c’è stata l’apertura graduale e, a giugno, quando c’è stata l’apertura completa, non accompagnata né dall’obbligo, ma nemmeno dalla raccomandazione, di portare le mascherine e tenere le distanze, i piccoli focolai che si sono creati sono esplosi e tutt’ora è un disastro». I 4 ospedali della capitale sono tutti intasati di malati giovani. « Si trovano ad affrontare oltre 100 pazienti al giorno, con quadri severi. In terapia intensiva la mortalità è del 100 per cento. Come qua, il problema è i numero dei casi che manda in tilt il servizio. Là, tra l’altro, si trovano con tanti medici e anestesisti ammalati e morti. Non usano le protezioni».

Il primo giorno, quando è arrivato a Valona, Beltoja ha ricevuto subito 2 richieste di aiuto di colleghi e poi le telefonate hanno iniziato ad aumentare. «Io spiegavo cosa dovevano fare, parlavamo dell’esame obiettivo, delle terapie, parlavo con i pazienti e li sostenevo anche. Spiegavo cosa dovevano fare. Ancora adesso, da Lodi, sto seguendo due anestesisti ricoverati. Mi mandano i video delle Tac, le lastre, gli esami e io li aiuto».

Beltoja spiega ai medici quando iniziare la terapia. «Bisogna incominciare la terapia nel momento giusto - dice -, non prendere farmaci inutili. L’ottavo giorno bisogna incominciare la terapia cortisonica. Quando hanno seguito le mie indicazioni i pazienti sono andati bene. Incominciare al momento giusto è il segreto, ma puoi iniziare al momento giusto solo se hai una cura maniacale per il paziente. Io potevo farlo perché ero in vacanza, ma un medico, in ospedale, che si trova sommerso, come fa a seguirli?E poi, oltre che curare con i farmaci, i malati vanno curati con le parole. Io dicevo loro a cosa dovevano stare attenti e per cosa stare tranquilli. I miei colleghi anestesisti mi confidavano che stavano andando “fuori di testa”. Nei loro racconti io ritrovavo me stesso, nel mese di marzo».n


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