L’Europa e la morte di Bin Laden

I gruppi terroristici “stanno diventando più flessibili nella gestione delle proprie operazioni” e “collaborano sempre più a livello internazionale, soprattutto grazie a internet”; “i legami tra criminalità organizzata e terrorismo si stanno rafforzando”. Rob Wainwright, presidente di Europol, non è tipo da sollevare inutili allarmismi; eppure in una recente audizione al Parlamento europeo aveva segnalato questioni la cui stringente attualità era forse sfuggita al momento ma che assumono ora, specie dopo la morte di Osama Bin Laden, un rinnovato interesse.

L’eliminazione fisica del ricercato di origini saudite da parte dei militari statunitensi è stata sottolineata in tutto il mondo, e così anche dai vertici dell’Unione europea, come “un importante successo della comunità internazionale nella lotta contro i terroristi”, e trattasi dunque di “un passo significativo verso un mondo più sicuro” (Jerzy Buzek, presidente del Parlamento europeo). D’altro canto la “comunità internazionale deve continuare nel suo sforzo di prevenire gli attacchi terroristici e portare i criminali davanti alla giustizia” (Buzek). L’Unione europea continuerà perciò a operare “gomito a gomito con gli Stati Uniti, i nostri partner internazionali e i nostri amici nel mondo musulmano, nella lotta contro il flagello dell’estremismo globale” e per la “costruzione di un mondo di pace, sicurezza e prosperità per tutti” (Herman Van Rompuy e José Barroso, rispettivamente presidente del Consiglio e della Commissione Ue).

Eppure non si può negare che l’uscita di scena di Bin Laden avviene in un momento in cui, a prescindere dalle dirette attività terroristiche, il mondo è in fermento, talvolta con positive prospettive di libertà e democrazia, in altri casi con pericolosi segnali di involuzione liberticida. Libia, Egitto, Tunisia, Costa d’Avorio, Sudan, Siria, Yemen, Barhein, Pakistan, Iraq, Iran, Afghanistan, Corea del Nord e persino la Terra santa, i Balcani e una parte dell’est europeo, sono paesi o aree geografiche in cui la stabilità democratica, la pace, la giustizia sociale, lo sviluppo economico sono ancora un miraggio.

In particolare in Europa le tensioni di carattere nazionalista, populista o xenofobo alimentano i rischi di scontro politico e sociale. Cosa accadrebbe se queste pulsioni si dovessero sommare a quelle di frange estremiste e violente, capaci di passare dalle parole ai fatti, dalle minacce alla forza, pur di val valere le loro posizioni? Wainwright ha avvertito: “Dieci anni dopo gli attentati dell’11 settembre, il terrorismo continua a rappresentare una minaccia per l’Europa e i suoi cittadini”. Il presidente di Europol ha messo in guardia rispetto alla “connessione tra terrorismo, criminalità organizzata e traffico di droga” e “il crescente uso di internet come strumento di reclutamento”; non ha neppure trascurato di citare altri fenomeni presenti nel vecchio continente come il “separatismo”, il terrorismo di marchio islamico, i legami col narcotraffico sudamericano, la violenza di taluni movimenti pseudo-politici. Senza tacere il fatto che “l’attuale quadro migratorio del nord Africa offre nuove opportunità ai gruppi criminali organizzati” e che “la recessione economica ha portato a tensioni sociali in un certo numero di Stati membri, alimentando così le condizioni per il terrorismo e l’estremismo”.

Naturalmente il capo di Europol segnala l’urgenza di rafforzare la prevenzione e la collaborazione tra magistratura e forze di polizia dei diversi paesi. Appare però altrettanto evidente che occorre cercare una risposta che sia più ampia e profonda, la quale deve coinvolgere il livello politico, quello economico e sociale, le relazioni internazionali e – prima ancora – la cultura, l’educazione, la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, l’apertura all’“altro” e il rispetto delle diversità, la valorizzazione di atteggiamenti positivi atti a costruire una convivenza pacifica e inclusiva. La vera alternativa alla violenza e al terrorismo nascono probabilmente da questa lunga strada.


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