Le infermiere in prima linea raccontano i loro due mesi e mezzo di battaglie

Le infermiere in prima linea raccontano i loro due mesi e mezzo di battaglie

«Magari la notte staccavi, ma ti capitava di sognare il covid-19»

Ospedale Maggiore di Lodi, 25 letti di terapia intensiva avvolti in un silenzio ovattato. I pazienti sedati, attaccati alle pompe, i suoni metallici dei macchinari e gli allarmi, gli infermieri che sembrano astronauti tra i letti. Questa è l’immagine che Miriam Villani – infermiera da 30 anni e responsabile area dipartimentale dell’emergenza urgenza, di oncologia e dei servizi ambulatoriali – non dimenticherà mai, insieme a quella del pronto soccorso assediato dai pazienti, dislocati ovunque, anche sulle poltrone con la C-pap perché arrivavano già in stato di apnea. Lucia Rossi – oggi responsabile dell’area medica, con una lunga carriera alle spalle nella salute mentale - pensa a quando si è ritrovata sul pavimento a fare un selfie con la collega appena collassata dalla fatica, dalla stanchezza, dalla tensione. Perché in quei momenti serve, e tanto, sdrammatizzare. Cristina Monti – oggi responsabile dell’area chirurgica e dell’area donna - invece, ha ancora negli occhi il cartello nell’unità di crisi dei primi giorni che segnava l’evoluzione dei contagi. Lunedì si è ricordata è la giornata internazionale dell’infermiere e con Miriam Villani, Cristina Monti e Lucia Rossi – tre donne che occupano altri tre ruoli chiave nella gestione di questa crisi - abbiamo ripercorsi gli ultimi mesi di chi si è trovato in prima linea accanto ai medici, come gli infermieri. «Se non ci fossero stati questi uomini e queste donne, che non si sono mai tirati indietro non ce l’avremmo fatta» spiega Villani. «Non siamo eroi, è solo il nostro lavoro, quello che facciamo ogni giorno, ma che solo con questa crisi è stato compreso».

IL PRIMO CONTATTO CON IL VIRUS

«Quando il coordinatore mi ha detto: «Abbiamo la conferma del primo caso di Coronavirus in Italia» è stata una doccia fredda. E sono rimasta inizialmente in silenzio». A raccontarlo è Villani, che ripercorre così quei momenti. «Subito ho pensato alla procedura che avevamo studiato tempo prima per l’Ebola per la protezione e la sicurezza degli operatori e ho quindi consigliato di seguire in modo rigoroso le operazioni di vestizione e svestizione. Tutta l’equipe era già stata allertata, gli infermieri in servizio per tutelare i colleghi sono rimasti in turno per 24 ore per lasciare poi a noi l’organizzazione di ciò che sarebbe arrivato dopo». Dopo il pensiero pragmatico - «ok, abbiamo un caso infetto, isoliamo» racconta Rossi – è arrivata anche la paura, «per qualcosa che non conoscevamo», anche perché «siamo persone, siamo madri, siamo figli di persone anziane. E quindi da un lato c’era la paura di essere contagiati e di contagiare».

LA RIORGANIZZAZIONE RECORD

«Dovevamo proteggere tutti: i nostri colleghi e i pazienti. Nei reparti si è subito verificata la necessità di dare supporto a chi non aveva lasciato il reparto: da un lato non si voleva far entrare nessuno, ma avevano bisogno di un supporto perché erano stanchi». Ce lo spiega Lucia Rossi, che aggiunge che «i colleghi non volevano lasciare il reparto per tutelare le loro famiglie, ma anche per un senso etico, perché all’interno c’erano i loro pazienti e per loro è stata attrezzata una foresteria». «Noi siamo stati i primi, tutto era sconosciuto – aggiunge Cristina Monti – : abbiamo attivato da subito una mappatura di tutto il personale per ricostruire i contatti che avevano avuto. Attivare immediatamente l’isolamento per chi poteva essere a rischio era fondamentale, ma ha creato di fatto un collasso, perché una percentuale importante del personale è venuta a mancare». «Chiuso il pronto soccorso di Codogno, il personale della terapia intensiva si è spostato a Lodi. Subito nella prima settimana, la terapia intensiva dai 7 posti letto presenti, a cui si aggiungono i sei della sub intensiva, è passata a 15 letti intensivi, fino ad arrivare nella prima settimana di aprile a 25 posti letto» racconta Villani. A questo punto però il personale ancora mancava, «così sono stati integrati gli infermieri di anestesia, ma non bastava ancora, così sono arrivati gli infermieri di emodinamica e via via quelli di altri reparti. Abbiamo fatto una mappatura delle competenze e abbiamo creato nuove equipe per le aree Covid, separando i vecchi gruppi di lavoro, per creare gruppi esperti con infermieri di varie specialità via via formati ad affrontare ogni emergenza».

LA FORMAZIONE COSTANTE

Ogni giorno, a fine turno, dalle 14.30 in poi, l’ex sala bar si è trasformata in un’aula per la formazione permanente degli operatori. Perché tutti dovevano sapere come utilizzare gli strumenti per la respirazione assistita. «E da quella sala, diventata anche un momento di confronto su quello che stava accadendo, sono passati 1240 colleghi nel corso delle settimane» spiegano le coordinatrici. «Gli infermieri sono diventati anche dei “ponti” tra le zone Covid e le zone non Covid: il messaggio era nessuno è solo, sette giorni su sette. I colleghi dentro al reparto, perché avessero tutto ciò di cui avevano bisogno, i famigliari dei pazienti, perché avessero le informazioni mediche» spiega ancora Rossi. «I colleghi dei servizi ambulatoriali, ad esempio, si sono riconvertiti per trasportare i pazienti Covid agli esami diagnostici, i fisioterapisti si sono messi in gioco sia per la riabilitazione respiratoria, ma hanno anche attivato servizi per prendersi cura degli stessi operatori, che dovevano a loro volta incitare i pazienti a non mollare».

NESSUNO È SOLO

«Anche noi non ci siamo mai sentiti soli: abbiamo ricevuto tantissime attenzioni dalla popolazione. Dalle pizze a fine turno, alle creme contro gli effetti dei dispositivi di protezione, alle uova di Pasqua alle colombe, al tributo delle forze dell’ordine fuori dall’ospedale – racconta Rossi - : tutti gli infermieri, i coordinatori, gli oss, sono stati fantastici. Sono stati lontano dalle famiglie, sentendosi più utili qui, e qualcuno non è tornata casa per settimane, anche donne con bambini piccoli. Penso a due coordinatori della terapia intensiva, che hanno scelto di prendere una casa in affitto qui vicino, per esserci sempre; penso al fatto che nessuno ha fatto riposi fino a Pasqua, sette giorni su sette». «Anche perché poi magari la notte staccavi – confida Cristina Monti - e ti sognavi comunque il Covid».


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