L’ANNIVERSARIO Il 6 marzo 1992 il Lodigiano diventò la Provincia di Lodi: un lungo percorso
Lodi, in una foto d’archivio un incontro nel chiostro della Provincia

L’ANNIVERSARIO Il 6 marzo 1992 il Lodigiano diventò la Provincia di Lodi: un lungo percorso

Dal Comitatus dei Franchi nel 774 alla Provincia di Lodi e Crema del Lombardo Veneto, fino al Consorzio del Lodigiano: la storia di un’identità che è costata lavoro e battaglie e non si può dare per scontata

Sei marzo 1992: trent’anni fa, il presidente della Repubblica Francesco Cossiga promulgava il decreto legislativo 251 che istituiva la Provincia di Lodi, distaccando 61 Comuni dal territorio della provincia di Milano. Nella stessa data erano state istituite anche le Province di Biella, Crotone, Lecco, Rimini e Vibo Valentia. Il 27 marzo, poi, arrivò anche il decreto istitutivo della Provincia di Prato, seguito il 30 aprile da quello per Provincia del Verbano Cusio Ossola. Il tutto in attuazione della delega della legge 142 del 1990 sull’ordinamento delle autonomie locali

Il percorso verso una maggiore autonomia amministrativa però lo si fa risalire a quasi trent’anni prima ancora, con il decreto del Prefetto di Milano che approvò lo statuto costitutivo del Consorzio provinciale per il miglioramento delle condizioni economiche e sociali del Lodigiano. Ma prima ancora, nell’immediato dopoguerra, le municipalità del territorio avevano istituito l’Associazione per la tutela e lo sviluppo degli interessi del Lodigiano; già nel gennaio del 1816 l’imperatore d’Austria Francesco II d’Asburgo-Lorena istituì nel Lombardo Veneto la Provincia di Lodi e Crema, sopravvissuta fino al 1859, e già agli inizi del millennio scorso era evidente la distanza di visioni (allora era feroce rivalità) con Milano, con tanto di distruzione di Laus Pompeia: la quale, risulta, nel 774, sotto la dominazione dei Franchi, era capoluogo amministrativo di un comitatus (circoscrizione amministrativa dell’Impero carolingio).

Uno dei più appassionati fautori della Provincia di Lodi, i cui padri erano di area democristiana e in parte poi socialista, era stato Ferruccio Pallavera, già a lungo direttore de «Il Cittadino», che anche attraverso le pagine del nostro quotidiano ha sempre tirato la volata al consolidamento dell’autonomia amministrativa. «Diciamo che in diverse occasioni, quando venne il momento dei referendum, mi avevano mandato ad affrontare assemblee infuocate - ricorda Pallavera -: ho avuto anche questo ruolo, ma i veri padri della Provincia sono stati altri. Il grande “cavaliere bianco” fu Valerio Manfrini, che da sindaco di Lodi, tra il 1970 e il 1975, portò avanti un’idea di autonomia che maturava già dal dopoguerra. Quando Regione Lombardia istituì i circondari, dando più potere amministrativo ai singoli territori, Manfrini contattò tutte le forze politiche pregandole di far assumere una delibera che istituisse i comprensori. E prima ancora di lui, nel 1965, per impulso di Mario Beccaria, era nato il Consorzio del Lodigiano, che poi andò a prendere sede nel “Pirellino” del centro commerciale di via Grandi a Lodi, dove nel 1995, con le prime elezioni, si stabilì per successione diretta la nuova Provincia. Il lavoro preparatorio più grosso, cruciale, era stato svolto dal 1985 al 1995 da parte del consiglio direttivo del Consorzio del Lodigiano, in cui sedevo anche io, con i presidenti Gianluigi Pandolfi, Angelo Mazzola e Umberto Migliorini. L’intuizione di puntare davvero a fare la Provincia di Lodi fu in realtà di pochi, e bisogna anche ricordare che nei Comuni dove si andò al referendum, tutti scelsero di rimanere con Milano. Probabilmente era colpa del clima di antipolitica, della difficoltà a comunicare quella visione prospettica che invece si poteva avere dall’interno di una realtà come il Consorzio. C’era chi parlava dell’istituzione di un nuovo ente semplicemente come della volontà di creare nuove poltrone. C’erano forti contrarietà da storici esponenti del Pci, che poi si sono ricreduti, e dalla Lega Nord, da cui pure dopo è arrivato un forte impegno nella conduzione della Provincia stessa. E poi c’erano anche i contrari per campanilismo, mi viene in mente Codogno piuttosto che il voto “no” del consiglio comunale di Fombio. Il progetto originario per la nuova Provincia era anche più ampio, si pensava di riunire a Lodi anche comuni che storicamente sono sempre gravitati sul Lodigiano come Dovera e Spino d’Adda. In realtà invece centri come Cerro al Lambro, San Zenone, Paullo e Tribiano si sono staccati, per non dimenticarsi di citare anche il caso di San Colombano al Lambro. In realtà la demografia dei primi anni della nuova Provincia, nata con 180mila abitanti e arrivata vent’anni dopo alla soglia dei 230mila, indica che in tanti avevano invece poi voluto scegliere di venire a vivere nel nostro territorio, e anche questo è un riconoscimento». L’immagine degli ultimi anni però è stata di un ente “sul viale del tramonto”, e non per colpa degli amministratori locali. «Hanno svuotato economicamente le Province lasciando però le stesse competenze di prima, ascoltando la piazza che, soprattutto nelle grandi città, le vedeva come inutili. E fa riflettere ricordare che tra i fautori di quella manovra c’è stato anche Matteo Renzi, che era stato presidente della Provincia di Firenze. Alla base di quella scelta secondo me c’è anche la mancanza dei partiti, che storicamente svolgevano un ruolo di formazione della classe politica. Mi auguro che i finanziamenti dovuti vengano restituiti, perché di fatto, come vediamo tutti, le funzioni sono rimaste».


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