La tentazione della vendetta non prevalga

«L’orrore, il dolore della Francia sono il nostro orrore, il nostro dolore. I morti di Nizza, di qualunque nazionalità, sono i nostri morti». Con queste parole, rivendicando una comune appartenenza che va oltre steccati nazionali, etnici, religiosi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha espresso ieri il cordoglio dell’Italia e la solidarietà al popolo transalpino per la barbara e folle carneficina di Nizza, dove mercoledì sera durante la festa per il 14 luglio un franco-tunisino di 31 anni ha travolto e ucciso 84 persone (fra cui una decina di bambini) e ne ha ferite altre 200 a bordo di un tir lanciato a tutta velocità sulla Promenade des Anglais, prima di venire ammazzato dalle forze dell’ordine.

Mattarella ha voluto cioè rimarcare la fratellanza che deve accomunarci, tutti, nel reagire a questo ennesimo, terribile attentato giunto a soli otto mesi dagli attacchi del 13 novembre a Parigi e Saint-Denis, cui sono seguite le azioni omicide all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles, a Dacca, a Istanbul e le innumerevoli stragi verificatesi (queste ultime nella troppo a lungo colpevole indifferenza dell’opinione pubblica occidentale) in Iraq, in Libia, in Siria, in Afghanistan, in Nigeria... Tutte figlie della stessa feroce propaganda del fondamentalismo di matrice islamista, ormai in grado di colpire ovunque, contando sulla sua capacità di proselitismo distruttivo, particolarmente efficace su personalità fragili, squilibrate, marginali come quella dell’attentatore dell’altra sera. L’incitamento a colpire che l’Isis rivolge ai suoi potenziali seguaci attraverso il web contempla anche azioni isolate con automobili, bus, camion, coltelli: tutti utilizzati come strumenti di morte. Sono modalità di azione pensate e studiate con cura per scatenare insicurezza e paura, che puntano a ridurre le nostre libertà di spostamento, a sconsigliarci di evitare luoghi affollati, che ci fanno diffidenti nei confronti di chi ci sta accanto e incarna nelle fattezze, nelle vesti, nei costumi o nell’idioma, alcuni stereotipi circa i terroristi, creando tensione e alimentando il risentimento di chi si sente vittima di sospetti infondati. Una strategia chiara, che induce a scardinare le regole della convivenza e della tolleranza, a incrinare il concetto di fratellanza, disumanizzando non soltanto gli attentatori - sui quali il lavaggio del cervello infarcito di deliri nichilisti pseudo-religiosi ha prodotto l’effetto straniante del kamikaze che brama la morte procurando altra morte – ma anche le loro potenziali vittime. Cioè noi tutti. Cui resta solo lo sgomento davanti a questa assurdità che manifesta il segno del male più profondo; l’incomprensione davanti alla negazione della vita senza alcun vero motivo o spiegazione giustificabile.

Ma la strategia terroristica che punta a fare saltare le nostre certezze, a smantellare la nostra normalità, incrinando la convivenza civile, con i suoi riti e le sue garanzie, che mira ad abbattere le libertà costruite negli anni dalla società occidentale, non deve averla vinta. Anche se a caldo, davanti a quelle immagini cruente, di fronte a quei morti innocenti falciati sulla strada, davanti a tutto quel dolore e a quei lutti è difficile soffocare la rabbia, resistere alla tentazione del rifiuto, della chiusura, della risposta violenta, della vendetta.

Certo, le maglie della sicurezza dovranno ulteriormente stringersi; l’Europa, l’Occidente (ma anche tanta parte del mondo islamico moderato e pacifico, prima vittima della follia assassina dei jihadisti) sono chiamati finalmente e trovare di fronte al nemico comune unità e coordinamento nei propri servizi di intelligence (quelle che mancano in troppi altri ambiti), ma contro i “lupi solitari” o i piccoli gruppi di invasati della porta accanto plagiati dalla propaganda, contro gli psicopatici che non hanno timore a sguainare spade contro inermi e a uccidere anche i bambini, contro coloro che hanno in spregio la loro stessa vita, non c’è strategia militare che garantisca risultati. Occorre agire sul fronte della prevenzione e occorre un lungo e paziente lavorio educativo, anche culturale, di ritessitura sociale, che consenta – come ha più volte ribadito Papa Francesco - di edificare ponti tra le comunità e anche, con la compattezza dei non violenti, di isolare chi vuole invece scavare fossati e seminare odio.

«Certamente bisogna alzare il livello di guardia, attenzione e vigilanza per quanto umanamente possibile – ha dichiarato il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco nel formulare il cordoglio della Chiesa alle vittime di Nizza - ma non bisogna cedere alla paura che è un sentimento che smarrisce ulteriormente, non suggerisce delle buone soluzioni e comportamenti corretti e adeguati, anche per situazioni complesse e difficili come queste».


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