La scuola ostaggio dei conservatori

L’ombra del Principe Salina, resa concreta da Tomasi di Lampedusa nel romanzo «Il Gattopardo», aleggia sulla nostra situazione scolastica così come si presenta oggi agli occhi di tutti. La sua celebre frase è rimasta scolpita nella storia del pensiero al punto da essere riuscita a sfidare il tempo senza mai appannarsi. Oggi come allora ha ragione il Principe Salina quando dice: «Perchè tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». E’ così che va il mondo. Parlare di buona scuola potrebbe avere più senso e più incisività solo se alla radice del pensiero ci sia la volontà concreta di cambiare certe norme che hanno da tempo imbrigliato la scuola in un coacervo di vincoli tanto da ostacolare la realizzazione della stessa autonomia. Talvolta pare che tracciare nuovi sentieri sia per il Ministero dell’Istruzione un’impresa titanica, al limite di una “mission impossible”. E’ sufficiente, per questo, leggere le due recenti sentenze del TAR Lazio, la n°3527 del dicembre 2013 e la successiva n°1268 dell’agosto 2014. In entrambi i casi sono stati due diversi sindacati a muoversi sulla strada giudiziaria a tutela di studenti, docenti e famiglie, almeno così dicono, «perché tutto rimanga com’è» poiché così è. Nel primo caso il ricorso aveva come obiettivo quello di costringere il Ministero a ripristinare le ore di lezione di alcune materie degli istituti tecnici e professionali ridotte senza il prescritto parere del C.N.P.I. (Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione). Nel secondo caso, invece, si è cercato di fermare la sperimentazione in atto in alcuni istituti superiori ridotti a quattro anni e anche in questo caso senza il parere dell’organo collegiale nazionale. Occorre precisare che l’organo collegiale in questione è stato abolito nel 2013 e sostituito dal C.S.P.I. (Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione) di prossima elezione così come prevede la riforma degli organi collegiali. Siamo di fronte a una prova di forza da parte di alcuni sindacati che preferiscono immobilizzare gli attuali tentativi di cambiamento piuttosto che schierarsi dalla parte della ricerca di nuovi assetti formativi attraverso le necessarie fasi sperimentali. Eppure nel recente passato sono state proprio le sperimentazioni ad aver aperto nuove fasi didattiche a tal punto da consentire evoluzione e qualità all’insegnamento con ricaduta anche sul merito. Ma evidentemente per una certa cultura sindacale la valorizzazione delle intenzionalità didattiche passa solo da una strategia di risparmio della spesa pubblica mascherata da percorsi sperimentali e perciò da combattere in tutti i modi. Un buon pretesto per fare dell’immobilismo un sistema condiviso e alimentare così lo spauracchio dei rischi, i soli presi a guardia dei cambiamenti che devono essere fatti per non cambiare nulla. Lasciare che tutto muti affinché nulla cambi sembra essere lo slogan delle certezze formative e occupazionali sponsorizzato dai sindacati lontani anni luce dalla voglia di chi va alla ricerca di una scuola diversa, più attenta al merito, più vicina alle nuove istanze culturali, sociali e imprenditoriali, più favorevole ai cambiamenti tecnologici in atto. Tutto questo richiede un diverso approccio foriero di una spinta verso una nuova fase che fa degli investimenti nel campo dell’istruzione la vera strada maestra per una scuola più vicina ai bisogni di tutti e di ciascuno. Una scuola che non deve rimanere nei sogni né essere vittima di avvitamenti che potrebbero trascinarla ancora più in basso di quanto non lo sia già in questo periodo. Una lettura riduttiva che si ferma a certe semplicistiche motivazioni, se da una parte può trovare una sponda nella giustizia amministrativa, dall’altra procura dei grossi guai sul cammino dell’efficienza e della qualità di un servizio. Le famiglie sono in attesa di un rinnovato spirito innovativo che va presentato nei suoi stessi contenuti e non frenato da motivazioni che diventano fondate solo perché espressione di un periodo di passaggio e di transizione. Le riforme piccole o grandi che siano fanno parte di un processo sofferto e sentito, mentre lo scontro in atto fatto di ricorsi e controricorsi tra sindacati e Ministero, finisce per indebolire i cambiamenti in atto che se annacquati possono fare dei seri danni. L’esito dello scontro non deve mai essere preso come una soddisfazione raggiunta dall’uno a discapito dell’altro contento di rallentare ciò che non può più essere rallentato. Questa politica non paga più. Anzi può risultare impopolare dal momento che i falsi cambiamenti possono, talvolta, dare origine a una falsa cultura che fa dell’illusione la sensazione principale per poi vederla trasformata in amara delusione. In questa fase storica il governo e il Ministero dell’Istruzione sono impegnati a cercare nuove strategie formative che possano transitare dal dato sperimentale al dato strutturale. Un cammino irto di trappole che se tese ad arte dai tanti Principi Salina, potrebbero creare le premesse per una scuola destinata a non cambiare mai. Qualcuno dovrà pur chiedersi perché accusiamo un’alta percentuale di dispersione e di abbandono scolastico? Perché solo una bassa percentuale di studenti universitari raggiunge la laurea? Perché continuare a vedere i nostri studenti delle superiori diplomarsi un anno dopo i loro coetanei europei che hanno un percorso di studi ridotto di un anno rispetto al nostro? Perché alimentare la cultura del parcheggio nelle nostre scuole? Chi vuole tutto questo? Sono domande che richiedono una seria riflessione.. Merito, qualità, competenze e conoscenze chiedono ben altro che non un ricorso al Tat. Chiedono attività sperimentali che agiscano sul campo alla ricerca di una migliore strada formativa da offrire ai nostri docenti, ai nostri studenti, ai genitori, alla società tutta che mai come oggi è in preda a una rapida evoluzione. I tempi sono cambiati, mentre la mentalità di una certa cultura sindacale è rimasta ancorata al passato secolare che mal si adatta al giorno d’oggi. Non sono i timori che devono accompagnare la sete di ricerca di nuove formule che tendano a liberare risorse, energie, per lavorare meglio in una scuola migliore. La scuola merita ben altro che un catastrofico immobilismo. Allora mi chiedo: ma chi ha paura dei cambiamenti?

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