La solitudine dei medici di base nella ex zona rossa

La solitudine dei medici di base nella ex zona rossa

Nel mirino l’Ats, che «non ci permette di fare diagnosi più sicure e di curare al meglio i nostri pazienti. È un atto criminale mandarci al fronte così»

«Le autorità sanitarie non ci permettono di prescrivere i tamponi, di prescrivere farmaci potenzialmente utili per il trattamento delle decine di casi Covid-19 che stiamo curando a casa, addirittura ci hanno redarguito per le nostre prescrizioni di ossigeno a domicilio».

Dalla data del 21 febbraio quando è stato scoperto il primo paziente positivo a Codogno, i medici di base Olivia Zanaletti che ha l’ambulatorio a Fombio, Clelia Pontini e Monica Casali a Castiglione d’Adda, Ivana Roverselli a San Rocco, Angela Alberini a Maleo e Maria Clelia Negri a Codogno, fanno i conti tutti i giorni con la loro solitudine rispetto a una «macchina troppo lenta, che non ci permette di fare diagnosi più sicure e curare i nostri pazienti al meglio». Dove per “macchina” intendono che «a oggi la nostra Ats (Azienda territoriale sanitaria, ndr) non ha ancora attivato le Unità speciali di continuità assistenziali né le terapie palliative Covid-19, servizi domiciliari con personale attrezzato con tamponi e protezioni per altro già attivi a Piacenza, a Bergamo e in altre città, e che poi, quando attivati, cioè tardi, saranno forse già obsoleti».

La stessa Ats «non ci ha mai inviato le linee guida per fare la diagnosi di questa poco conosciuta malattia né proposto alcun protocollo di cura», per cui «mio fratello che è un medico ospedaliero l’altro giorno mi ha inviato quelle dell’Ats di Brescia e Bergamo», racconta una dottoressa. Per il resto si fa da sé, acquisendo informazioni e apprendendo sul campo, per poi confrontarsi «con i colleghi in gruppi WhatsApp o in rete, scambiandoci informazioni, dati clinici, schemi terapeutici proposti alle dimissioni ospedaliere».

Ma non basta. E quando dall’altra parte del telefono un paziente chiede aiuto o anche solo ascolto, prevale una sensazione d’impotenza. «Noi che siamo medici, e continuiamo a fare i medici, possiamo tranquillamente dichiarare che le autorità sanitarie ci hanno aiutato molto poco o nulla e in più siamo pressati da un sacco d’impegni burocratici – spiegano le colleghe -. Pare proprio che i nostri politici, anche sanitari, non abbiano ancora capito la portata del problema. La “quantità” di malattia vista dal punto ospedaliero è solo la punta di un iceberg». Il loro è un grido di “soccorso”, che oltrepassa il personale dell’Ats, fatto «anche di persone molto disponibili e sicuramente impegnate per affrontare l’emergenza – sottolineano -. Ma l’impegno costante e faticoso di noi medici del territorio non è assolutamente stato supportato, né lo è ad oggi. E noi siamo i medici che rispondono alle decine e decine di chiamate dei cittadini malati, spaventati, bisognosi, sconcertati, siamo noi che diamo risposte, prescriviamo i farmaci e i pochi esami che abbiamo ora a disposizione, spieghiamo ciò che si può e non si può fare, contattiamo i servizi sociali quando ci sono, visitiamo chi ha la tosse e chi ha dolore al petto, chi ha il Covid e chi ha tutt’altro». Il telefono è acceso 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Tre di loro sono state messe in quarantena, ma non hanno mai smesso di lavorare. E dopo i 15 giorni d’isolamento, qualcuna senza avere mai visto l’esito del tampone, è tornata in campo. Visitano i pazienti malati anche a casa e in ambulatorio. E “non fa niente” se dall’inizio dell’emergenza, trascorse cinque settimane, «l’Ats ci ha dato tre (!) mascherine. E sono monouso». Per la verità fa eccome. «È un atto criminale mandarci al fronte così».


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