La giustizia e la simpatia per gli ultimi

Qual’era il panorama sociale con cui si è misurata la missione del vescovo Bassiano durante il suo episcopato a Laus Pompeia? Nella seconda metà del IV secolo la città con il suo territorio è ancora in mano all’aristocrazia locale composta prevalentemente da proprietari terrieri, principali attori del consiglio municipale. Categorie intermedie di artigiani, commercianti e operai si univano in associazioni di mestiere non tanto per tutelare il proprio raggruppamento professionale, i diritti di categoria si direbbe oggi, ma per assolvere a funzioni funebri, ludiche e di socializzazione. E poi c’era il popolo degli umili, i “muti della storia” che raramente trovavano chi potesse patrocinare la loro causa. La precedente suddivisione della società in corpi sociali abbastanza definiti (senato, esercito, autorità municipale, corpi professionali, gente senza titolo) lascia il passo a una ricomposizione della società in gruppi che fondano la propria coesione e la propria autorità su basi socioeconomiche, dando origine e due vere e proprie classi sociali: quella dei potenti (potentes) e quella degli umili (humiliores). Non è più la dignità, il ruolo o la qualità della persona a qualificarne la presenza nella società, ma la sua ricchezza economica, il prestigio politico e l’autorità sociale. Il potente riduceva in schiavitù i coloni contadini legando la manodopera alla terra del latifondo o direttamente o attraverso i suoi amministratori o affittuari. Oppure con la strategia sociale del patronato i potenti rendevano propri clienti quanti si affidavano a loro per il patrocinio della collettività. Di fatto i potenti, più che patroni diventavano padroni dei loro protetti; il patrocinio non era gratuito, ma comportava una remunerazione in cambio di impegno ad ottenere privilegi, esenzioni, favori. Per raggiungere l’obiettivo il patrono non si faceva scrupoli, dimostrando così di essere “potente”. Il patronato non era una novità nell’antichità classica, ma la sua pratica viene stigmatizzata dalla legislazione proprio in quel periodo soprattutto per l’evasione fiscale e l’accomodamento di sentenze giudiziarie. Così il patrono assicurando i propri favori mantiene la sua posizione privilegiata di potente e accentua la distanza rispetto al resto della società, perennemente ridotta in stato di dipendenza. È in questa stagione che i corpi sociali intermedi e la gente senza titolo inventa il rinnovamento di questa istituzione del patronato, perché riversa sul vescovo le attese che finora erano riposte nei potenti. L’amministrazione imperiale ha indubbi vantaggi a consentire l’allargamento di questa istituzione all’episcopato e così il vertice e la base convergono verso questa forma che trova nella udienza del vescovo (episcopalis audientia) il dispositivo per dar voce a chi dispera di farsi sentire o di trovare finalmente giustizia. Il vescovo si fa così voce dei diseredati del tempo. Basta ascoltare le invettive di vescovi del priodo quali Ambrogio a Milano, Zenone a Verona, Gaudenzio a Brescia, Massimo a Torino contro le pratiche cupide e disoneste dei proprietari terrieri e contro la giustificazione dei loro comportamenti. Che i vescovi alzassero la voce in difesa dei deboli demoliva l’ideologia dei proprietari terrieri e introduceva un meccanismo diverso nella società. Il vescovo è acclamato patrono non per motivi di ricchezza economica, prestigio politico, autorità civile; gli si riconosce piuttosto un’autorità morale che non ha bisogno di ritorno in termini di consenso sociale per essere promossa. Proprio il fatto che i clamorosi interventi di Ambrogio circa le problematiche sociali fossero rivolti alla classe sociale da cui egli stesso proveniva, l’aristocrazia senatoria, dimostrava la necessità di una vera morale economica. Sovvertendo i luoghi comuni dei “potenti”, Ambrogio riformula il discorso economico in termini di utilità sociale dei produttori, di responsabilità dei potenti nei confronti dei deboli (di cui devono essere patroni nel senso migliore del termine), di equità sociale responsabilizzante, di solidarietà senza assistenzialismo e di reciprocità. Così si muovevano i vescovi di quella stagione e tale pensiamo anche la missione di san Bassiano a Lodi: un annuncio che segnava la fine di una società di caste, qualificato da un esercizio del “patronato” nel senso più nobile del termine. Non ha ancora cessato Bassiano di essere “patrono” della sua e nostra Chiesa, ma anche della compagine sociale in cui tutelare anche oggi la centralità della persona, la giustizia e il bene comune, il confronto democratico, la simpatia per gli ultimi, e in cui, non ultimo obiettivo, assicurare lo spazio per Dio.

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