La cultura? Necessità sociale

La società presto o tardi tende sempre a cambiare: questo, in sostanza, il gradevole leit motiv che fa piacere sentire specie se tale affermazione arriva da due autorevoli fonti governative. Affermazione significativa ben inquadrata in un periodo storico dai grandi cambiamenti sociali, anche se inserita in uno scenario politico fortemente conflittuale che rischia di svuotarla di contenuto. L’attenzione va al Ministro Elsa Fornero che ha di recente sottolineato la cultura quale risposta all’effimero che serpeggia nella nostra società fortemente ancorata all’estetica, all’immagine, al possesso. Di qui la necessità di invertire le priorità formative, visto che, per un autentico cambiamento culturale, più della casa da lasciare ai figli, può «una struttura della conoscenza, una flessibilità mentale che solo la formazione può dare». Vale a dire che «conoscenza, istruzione, educazione e formazione» sono i nuovi traguardi verso cui indirizzare le future generazioni. Parole sagge che vanno oltre il semplice incoraggiamento, proferite in un contesto fatto passare per politico, ma che di politico ha poco o niente.

Dobbiamo, dunque, dedurre che la cultura, messa in cantina da un bel po’ di anni, deve tornare ad essere nuovamente il punto di riferimento in grado di offrire valori umani, spirituali e perché no materiali, quest’ultimi governati però da una reale prospettiva resa unica da un diverso approccio morale al sistema. Dopo l’asservimento di tanti giovani rampanti ai pseudo valori propri di un immaginario collettivo catturato dalla «buona novella» dei nuovi re Mida che vedono nei giochi a quiz, nei Jackpot milionari, nei giochi d’azzardo on-line con un invitante bonus iniziale, ma anche in scaltre operazioni finanziarie la soluzione ai problemi esistenziali, finalmente qualcuno torna a parlare di cultura.

E’ forse arrivato il momento di passare dalla comunicazione affidata ai media, alla comunicazione da affidare ai singoli che con la forza del confronto, la proposta della riflessione unitamente a una buona dose di equilibrata motivazione, possono restituire importanza e sostanza alle idee, al pensiero, alle specializzazioni tecniche. Ancora una volta la storia si ripete e sempre continuerà a ripetersi. E’ stato così nell’antica Ellade quando dalle conversazioni scambiate genuinamente nell’Agorà o nei salotti dell’Atene bene o alla corte di Pericle si passò finalmente a scambiarsi critiche, approfondimenti, ma soprattutto a documentare il pensiero grazie alle varie scuole che nascevano un po’ dappertutto. Finalmente la cultura riusciva a imporsi in un ginepraio esistenziale che con la cultura aveva poco o niente a che vedere. Lo stesso ginepraio comunicativo trasmesso oggi dai mass-media attraverso i tanti programmi televisivi sterili, poveri di ispirazione, lontanissimi da ciò che potrebbe inquadrarsi in un cammino di critica strutturale. Messaggi che non hanno nulla di formazione, di conoscenza, di istruzione. Eppure hanno sfondato nella mente di tanta gente travolta da una studiata comunicazione vieppiù trascinata fuori da un benché minimo livello di riflessione. Chi meglio di Pierre Nora, storico francese, nonché membro dell’Accademia di Francia può rendere bene l’efficacia del concetto allorché ci ricorda che «siamo in un’epoca che premia la comunicazione, più che la riflessione». E’ pur vero che il più delle volte siamo testimoni di programmi televisivi che affidano l’audience a volgarità e pochezza comunicativa tanto da far rimpiangere i tempi del semplice, ma gaudente Musichiere di Mario Riva. E se i media puntano soprattutto sulle immagini pur di alleggerire l’impegno riflessivo, l’approccio culturale fa, invece, fatica a incentrarsi sulla stessa lunghezza d’onda, trovando una ricca sponda sulle edizioni economiche dei libri.

Non così la pensa Alessandro Baricco, scrittore, saggista e quant’altro che definisce su Repubblica «una tristezza» l’iniziativa messa in atto dal Corriere della Sera sulla pubblicazione dei saggi a un euro. Come se la cultura sia da relegare in una riserva di pensiero, destinata ad allietare i salotti aperti a pochi, agli eletti, agli iniziati. Una corte culturale ristretta a pochi intimi, guardati talvolta con sospetto, espressione di un’elite intellettuale animata, probabilmente, da un tentativo di «ellenizzazione» della cultura contemporanea.

E vabbè che così la pensava anche il buon Protagora. Ma non è il caso di esagerare.

Il mondo è cambiato e con esso sono cambiate le abitudini, gli usi e i costumi, le relazioni e ahimè (in pejus) anche le televisioni. Oggi alla riflessione critica vissuta su analisi e confronti si preferisce la comunicazione mitica assunta da mode e sproloqui.

E se la cultura vuole i cervelli all’opera, questo vuol dire che occorre un forte impegno scolastico, sociale e famigliare affinché si vada oltre i limiti oramai da tempo delimitati da spinte sociali mutate, ma anche da effimere proposte mediatiche che rispondono solo a logiche consumistiche dominanti, alimentate, a mio modo di vedere, da una forte e persistente crisi di identità, di idee e di creatività.

Una crisi che si allunga nei vari settori del sociale fino a occupare spazi un tempo fonte di rinnovamento e di coraggiose proposte. Fa bene il Ministro dell’Istruzione Profumo a parlare di una rinnovata «necessità sociale» che porti «l’istruzione ai primi punti nell’agenda del governo». Da anni non si sentiva più questa esigenza di stampo culturale, oggi fatta emergere anche se in un contesto sociale sfavorevole dominato da dubbi e incertezze.

Un dato comunque è certo. L’istruzione con l’educazione tornano ad occupare il centro dell’attenzione fino a coinvolgere rapporti e scambi tra persone diverse per credo, tradizioni, livello sociale e cultura.

Una rinnovata strategia educativa che guarda alla cultura non come a un’occasione da lasciar languire, ma come a un volano a cui ricorrere per alimentare un progresso sociale ed economico di una piccola o grande comunità. Si cambia strategia dunque. Sperem. Intanto un altro motivo di speranza si impone all’attenzione degli addetti ai lavori. Nel settore scuola al momento non si parla più di tagli, ma di istruzione. Era ora.

Corrado Sancilio


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