In un anno cancellati nel Lodigiano 350 posti di lavoro

In un anno cancellati nel Lodigiano 350 posti di lavoro

Molte realtà produttive non considerano più strategica la prosecuzione dell’attività nel Lodigiano

Sono oltre 350 i posti di lavoro lasciati per strada dalle multinazionali con sedi nel territorio in poco più di un anno. In alcuni casi è fuga dal Lodigiano verso altri Paesi con un costo del lavoro enormemente più basso (anche nelle tutele dei lavoratori e nella qualità della produzione), in altri casi si tratta di accorpamenti, in altri ancora di semplici riduzioni di personale. Secondo una logica che non ha nulla a che vedere con la responsabilità sociale tante volte sbandierata nella filosofia aziendale di questi colossi: se i profitti scendono, bisogna tagliare. E spesso non c’è nemmeno una logica di sistema che il nome, multinazionali, suggerirebbe: fatturato e utili che determinano il futuro di una fabbrica non sono quelli di gruppo, spesso, quasi sempre, nettamente in positivo, ma quelli del singolo sito produttivo.

Erano in positivo i risultati dell’Abb Sace di San Martino, quando a settembre 2018 arrivò l’annuncio della chiusura del sito e del trasferimento dei 64 dipendenti nel polo produttivo di Dalmine, per concentrare le produzioni di bassa e media tensione in un solo luogo. Tutti i posti di lavoro furono salvati, con un bonus per il trasferimento, ma a distanza di un anno, metà dei dipendenti non va più a lavorare nella Bergamasca.

Quasi contemporaneamente, nella Bassa Nilfisk annunciò in un comunicato per la Borsa la chiusura della produzione di macchine spazzatrici in Italia. Così i 97 lavoratori vennero a sapere del licenziamento e della dismissione del sito. Una trentina di commerciali sono stati spostati a Piacenza, mentre i dipendenti della produzione, dopo un anno di cassa integrazione straordinaria, hanno tutti dato le dimissioni, incentivate economicamente. All’orizzonte nello stesso sito sembra profilarsi l’arrivo di un’altra multinazionale, l’italiana Dulevo.

E nello stesso periodo, anche la ex Pirelli Cavi di Merlino, la Prysmian, annunciava 45 esuberi, trattati però con un contratto di solidarietà e uscite volontarie incentivate. Una riduzione di personale meno dolorosa, ma anche lì 45 posti di lavoro si sono volatilizzati. Non traumatica, soprattutto se confrontata con la vicenda del sito di Fombio dal 2009 al 2012, è stata anche la chiusura dell’ultima presidio di Akzo Nobel nel Lodigiano, che contava nel capannone di Codogno 14 lavoratori.

A gennaio si è chiusa poi la partita dei licenziamenti alla ex Curioni di Galgagnano, BW Papersystems (multinazionale americana Barry Wehmiller), con 60 posti di lavoro persi. Restano per il momento al lavoro ancora 21 dipendenti, ma il loro futuro è incerto. Per giugno dovrebbe essere chiusa la storica fabbrica di Galgagnano, con l’azienda che ha promesso di mantenere le lavorazioni residue nel Lodigiano. La mannaia delle multinazionali si è abbattuta anche nel settore dei servizi tecnologici, con Leica Geosystems (multinazionale svedese Hexagon) di Cornegliano Laudense che ha lasciato a casa 9 tecnici specializzati.

Infine, ci sono le questioni ancora aperte. Abb Power Grids di Lodi San Grato, in attesa di passare sotto Hitachi a luglio, ha aperto una procedura di licenziamento collettivo per 30 lavoratori, con la delocalizzazione in India di una parte di produzione, elemento di grande preoccupazione tra gli attuali 210 lavoratori. Infine, è notizia solo di lunedì l’annuncio di Koenig & Bauer Flexotecnica di Tavazzano di aver individuato 40 esuberi su 154 lavoratori, con un’eccedenza del 40 per cento delle ore di lavorazione.

La procedura non è ancora aperta, la preoccupazione per un Lodigiano più povero invece è forte già da tempo.


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