In Europa l’antico spettro dell’antisemitismo

Un antico spettro si aggira per l’Europa: l’antisemitismo. Gli attacchi terroristici di quest’anno a Parigi e Copenaghen hanno fatto cinque vittime soltanto perché ebree. Alcuni cimiteri ebraici sono stati profanati. Le sinagoghe e le scuole ebraiche devono ora operare sotto scorta armata. Gli ebrei non osano più indossare i loro kippah in pubblico. Questi eventi hanno spinto il capo del governo di Israele, Benjamin Netanyahu, ad invitare tutti gli ebrei europei a emigrare. Frans Timmermans, primo vicepresidente della Commissione europea, ha dichiarato in un’intervista all’inizio dell’anno che quello che lo teneva sveglio la notte era che gli ebrei in Europa fossero di nuovo spaventati per la loro sicurezza. Era convinto che le fondamenta stesse dell’Europa fossero messe alla prova: «L’Ue può inventare le migliori politiche del mondo, ma fallirà comunque se una comunità non si sente più a casa propria qui. A quel punto avremo tradito i fondamenti più importanti dell’Europa».Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, si è espresso con toni altrettanto forti l’11 aprile 2015 durante la commemorazione del 70° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Buchenwald, mettendo in guardia contro il «ritorno dei demoni che pensavamo fossero stati sconfitti»: l’antisemitismo, il razzismo, l’ultranazionalismo, l’intolleranza. A suo avviso, l’Olocausto è diventato parte integrante della coscienza tedesca, così come di quella europea; ricordare questa catastrofe umana deve portarci - secondo Schulz - a un’assunzione di responsabilità per ciò che accade oggi e per ciò che accadrà in futuro. Attualmente, in Europa vivono 1,4 milioni di ebrei, circa il 10% degli ebrei di tutto il mondo. La popolazione ebraica della Francia è la più numerosa (490mila persone), seguita da quella del Regno Unito (291mila) e della Germania (circa 100mila). Nel 2014, 7.231 ebrei hanno lasciato la Francia per trasferirsi in Israele, il doppio di quelli che avevano compiuto lo stesso percorso nel 2012. Il 40% degli ebrei in Belgio ha dichiarato l’intenzione di lasciare il Paese. Israele valuta di aver accolto circa 25mila immigrati nel 2014.Questa nuova ondata di antisemitismo solleva una sfida anche per le Chiese cristiane. Dietrich Bonhoeffer, il teologo evangelico assassinato su ordine personale di Hitler il 9 aprile 1945, poco prima della fine della guerra, si è così espresso durante i primissimi anni del terrore nazista: «Soltanto coloro che piangono per gli ebrei possono cantare canti gregoriani». Nel 1940, a proposito dell’Europa, osservava: «L’espulsione degli ebrei dall’Occidente deve necessariamente implicare l’espulsione di Cristo, perché Gesù Cristo era un ebreo». La dichiarazione «Nostra aetate» della Chiesa cattolica sul rapporto con le religioni non cristiane, frutto del Concilio vaticano II, ha segnato un nuovo capitolo nella sua relazione con l’ebraismo, proprio perché arrivava dopo tanti anni di antigiudaismo cristiano. Il documento conciliare, adottato 50 anni fa, riconosceva la vocazione permanente di Israele e quindi abbandonava il «supercessionismo» (teologia della sostituzione), secondo cui l’alleanza di Dio con Israele era stata trasferita alla Chiesa. Tutte le forme di antisemitismo venivano deplorate e rifiutate. Nel 1975, Papa Paolo VI si espresse in termini ancora più forti quando affermò che tutte le forme di antisemitismo e di discriminazione contro gli ebrei vanno contro lo spirito del cristianesimo. Papa Giovanni Paolo II ha descritto gli ebrei come «i nostri fratelli maggiori nella fede». Papa Benedetto XVI, che ha dato una scossa alle relazioni ebraico-cristiane in seguito alle conversazioni con la Fraternità di San Pio X e alla nuova formulazione della preghiera di intercessione del Venerdì santo nella forma «straordinaria» della Messa, ha seguito le orme del suo predecessore. Poco dopo che il cardinale Jorge Mario Bergoglio fu eletto Papa, il 13 marzo 2013, si diffuse rapidamente la notizia che quando era arcivescovo di Buenos Aires era in ottimi rapporti con la comunità ebraica dell’Argentina. Ad esempio, un servizio di assistenza infermieristica per persone con disabilità, portato avanti da un giovane rabbino, era stato fondato da alcuni ebrei e cattolici che lavoravano insieme. Nel suo documento programmatico «Evangelii gaudium», il nuovo Papa ha parlato molto nello spirito di «Nostra aetate»: «Uno sguardo molto speciale si rivolge al popolo ebreo, la cui alleanza con Dio non è mai stata revocata, perché ‘i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili’ (Rm 11,29)» (n. 247). Nello spirito di solidarietà ecumenica che ha caratterizzato il 70° anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, il 27 gennaio 2015, il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, e il vescovo Heinrich Bedford-Strohm, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania, osservavano: «Elaborare ciò che è accaduto ad Auschwitz rimane rilevante, tanto che nel 1948 ha portato alla Dichiarazione universale dei diritti umani. Senza rispetto per la dignità e i diritti di ogni persona non c’è una vita veramente umana insieme». Entrambi i vescovi vedono il processo di integrazione europea come una risposta a questa esperienza, una risposta innovativa in campo politico e, allo stesso tempo, profondamente radicata nella cultura europea. Questo è il motivo per cui sono profondamente turbati in questi giorni in cui il progetto europeo viene messo in discussione, sia internamente che esternamente. «In considerazione delle innumerevoli vittime della violenza e della disumanità, è una questione di fedeltà nei confronti loro e di noi stessi opporci con fermezza a qualsiasi rafforzamento dei movimenti disumani, xenofobi e nazionalisti in Europa, stare dalla parte di chi è nel bisogno e garantire che i diritti umani siano rispettati. Il Vangelo di Gesù Cristo ci impegna a questa comune, incondizionata missione».

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