IL RICORDO Fu vescovo di Lodi dal 1952 al 1972, monsignor Benedetti 50 anni dopo
L’ingresso nella diocesi di Lodi del vescovo di Lodi monsignor Tarcisio Vincenzo Benedetti (18 gennaio 1953)

IL RICORDO Fu vescovo di Lodi dal 1952 al 1972, monsignor Benedetti 50 anni dopo

Tra le sue opere il restauro della cattedrale e la chiesa del Carmelo

Sono trascorsi ormai cinquant’anni da quando il nostro vescovo, monsignor Tarcisio Vincenzo Benedetti, è passato da questo mondo al Padre. Cinque decenni non sono un tempo infinito, ma il tuffo necessario per ritrovarsi nella temperie storica che ha preceduto il loro attuarsi fra noi, è di proporzioni smisurate, come se fossero trascorsi secoli e secoli: i tempi mutano, e, forse, anche noi mutiamo con essi. Sono tra i sopravvissuti di quanti hanno iniziato il loro servizio presbiterale negli anni tempestosi che precedettero questi ultimi cinque nostri decenni e nei quali monsignor Benedetti diede vita ad opere di straordinaria imponenza.

Era, al contempo, evidente in lui l’ansia per la percezione dell’incombere di novità radicali, temute come turbine apocalittico in grado di erodere certezze e tradizioni di pietà e di fede consolidate da secoli.

Volitivo e pragmatico, portato all’intervento immediato e chiaro, il nostro vescovo, vedeva nella concretezza di istituzioni organizzate e forti nel dichiararsi cristiane, il segno della fedeltà al Vangelo.

Fremeva, dunque, nel dover vivere in una società in cui sembravano trionfare categorie di pensiero e poteri fermamente avversi al soprannaturale e al divino. Sentiva di dover dare testimonianze concrete di segno opposto, con attività indefessa e zelo bruciante. Non per nulla il suo motto episcopale proclamava: «zelo zelatus sum».

Non si trattava di pragmatismo o di segreta volontà di avere sopravvento e successo. Tutto scaturiva da certezze di fede granitiche e mai scalfite, da difendere da qualsiasi ombra di dubbio. Anche la teologia era da lui avvertita soprattutto come impegno dell’intelletto nel fissare con chiarezza ambiti e confini della Verità rivelata e delle conseguenti norme pratiche, con scarsa simpatia per quanto appariva proteso a forme anche lievi di scompiglio e di novità.

In queste condizioni di spirito monsignor Benedetti poteva trovare consolazione e rifugio all’ombra delle due più imponenti opere a cui diede vita: il restauro della cattedrale e il Carmelo San Giuseppe.

Il Duomo, restaurato in tanti anni di impegno e superando - come è facile supporre - difficoltà inenarrabili, era il simbolo della presenza cristiana nei secoli, ad onta di ogni ostacolo ed apparenti sconfitte. Riviveva, come per incanto, il ricordo dei grandi Ordini religiosi, del canto gregoriano, delle splendide abbazie, delle Università in cui il pensiero umano ingigantiva anche nello sforzo di intendere in pienezza la divina realtà. Quanto alle claustrali, nel nostro Carmelo come in tutte le clausure del mondo, era ed è evidente che non si può non prendere atto di esperienze che stanno ben oltre il consueto e il terrestre, per l’intensità sovrumana con cui è custodito e vissuto il vincolo di comunione con Dio.

Tutto regge perché si tratta di lampade che ardono senza sosta in aneliti di fervore inesausto, nel prodigio della vita nascosta con Cristo in Dio.

Immerso nella prassi, per lui inesauribile fucina di attività e di iniziative, chissà quante volte il nostro vescovo avrà trovato pace al pensiero dei silenzi del suo Carmelo, animati solo dagli incessanti colloqui con Dio.

Al di fuori delle mura claustrali e degli accoglienti spazi della cattedrale restaurata, il mondo era, però, attraversato da inquietudini e da crisi sottili o violente, con ricadute di non poco conto nell’istituzione cristiana.

Anche la nostra pur piccola diocesi visse - come ovunque, in quegli anni - giorni difficili, segnati da incontri non compiuti e da tensioni non lievi. Rivivo, nel ricordo, alcuni eventi con emozione sottile e struggente. Le difficoltà causavano divisioni, solitudine e tristezza per abbandoni.

Il tempo divora le cose, ed ora sembra impossibile persino imbastire un racconto di quella temperie storica. Tutto bene? Non mi sembra, ahimè. Anzi: non sarà che altre tempeste, ora in azione nel mondo, ci bloccano in una instabilità in grado di inghiottire ogni cosa? Non indugiamo in questi pensieri. Ogni epoca, in verità, ha il suo volto, e quel che conta è mantenere salda la certezza che tutto è grazia, nella sequela dell’unico Signore.


© RIPRODUZIONE RISERVATA