Il non voto è il pericolo peggiore

Quando gli storici studieranno i decenni che stiamo vivendo non potranno non chiedersi come sia stato possibile che un Paese, uscito sconfitto e distrutto da una dittatura e da una guerra mondiale spaventosa, e tuttavia capace di una grandiosa ricostruzione, si sia ridotto al degrado economico e morale attuale.” Dove erano gli italiani?”, si domanderanno; “non vedevano, non sentivano, erano forse addormentati?” E coloro che per vocazione o per professione erano i “maestri”, non avevano capito che il tarlo del malcostume, dell’indifferenza, dell’egoismo, del relativismo, stava spazzando via i principi condivisi della solidarietà, della fraternità, della responsabilità, della giustizia, della democrazia, valori sui quali si erano gettate le basi solide della Costituzione?” Oggi sembrano domande retoriche nei confronti di una società che ci appare come risvegliatasi da un incubo che abbiamo soltanto sognato, e non purtroppo prodotto con le nostre stesse mani, con il nostro voto.

Inutile tuttavia piangere sul latte versato o leccarci le ferite; in qualche maniera, anche se annaspando nel buio, occorre alimentare la forza di rimboccarci le maniche, anche se ci si accorge che alla base ci sta un vuoto di idee, per riempire il quale tutte le forze in campo dovrebbero convergere perché il compito richiede un progetto culturale serio e popolare, condiviso, capillare e di lunghissimo periodo, che coinvolga persone, società e istituzioni contemporaneamente.

Una cosa buona, che tutti riconoscono all’attuale governo Monti, sta nell’aver ridato all’Italia la stima indispensabile per poter interloquire alla pari con il resto del mondo e quando, a livelli di Stati, bisogna discutere di cose importanti, sappiamo di poter presentare persone degne di ascolto, almeno per la serietà dei comportamenti.

Al di là di qualche scivolone di stile, per fortuna circoscritto, sul piano delle relazioni internazionale, penso che un successo l’abbiamo raggiunto. Soltanto un primo passo.

Per il resto, tuttavia, la situazione sembra tuttora lungi dall’aver imboccato un cammino di soluzione, almeno sulla linea del rilancio dell’economia e della crescita dell’occupazione. L’equità, poi, è ancora la grande assente.

Personalmente mi sarei aspettato che il tanto declamato “spirito di Todi”, portato nella compagine governativa da tre ministri di estrazione cattolica, riuscisse almeno a formulare proposte anche minimali a favore della parte più povera del Paese. Che senso ha parlare di innesto di una carica ispirata alla dottrina sociale della Chiesa quando i primi interventi non sono a favore degli ultimi, proprio come impegna invece il magistero sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum al Concilio Vaticano II e alle successive encicliche sociali? Gli ultimi, in verità, sono stati i primi a venir tartassati. Giovani senza lavoro e senza speranza di trovarlo, precari, salariati, pensionati, famiglie monoreddito, oggi sono eserciti, senza voce e con armi spuntate; gli appelli anche autorevoli al sacrificio e alla sobrietà sembrano insulti, che infieriscono su una povertà da tempo conclamata, senza esiti. Se i giovani cercano il lavoro vicino ai genitori è perché padri, madri e nonni sono gli unici ammortizzatori sociali, che suppliscono agli asili nido mancanti, o che ne pagano le rette. Altrettanto si potrebbe dire in tono critico sulla monotonia del posto fisso, e via di seguito. Consideriamoli inciampi di percorso! Tuttavia stiamo attenti anche al linguaggio, perchè ferisce.

In situazioni di emergenza è giusto che a tutti vengano chiesti sacrifici: mi si dica però che sacrificio sostiene il parlamentare, il manager o il maxipensionato quando si trova la benzina o il posto barca rincarati; a cosa rinuncia, se non ad una briciola di superfluo?

Del resto, dopo aver visto i redditi dei ministri, come si può pretendere che capiscano cosa significa per una famiglia non poter pagare la bolletta della luce o del gas, o una visita specialistica?. L’unico ministro che ha dichiarato un reddito non eccessivo è Andrea Riccardi,….. il quale, quando ha detto che questa politica fa schifo, da dovuto subito rettificare, altrimenti c’era dietro l’angolo la sfiducia per sé e per il governo.

Ha invece detto soltanto la verità, ma nessuno, nemmeno del suo mondo, lo ha difeso!

A breve saremo chiamati a rinnovare il parlamento: con quale animo, se ormai la gente ha perso anche l’ultimo residuo di fiducia e di speranza nella politica, nei politici, nei partiti? Da un Paese ormai abituato all’anestesia non ci si può attendere il risveglio dal coma. E coloro che in questi decenni, magari per prudenza, non hanno denunciato malcostume e ingiustizie, oggi non verranno più ascoltati. Gli scandali quotidiani hanno reso vane parole come onestà, legalità, solidarietà, servizio, politica. Troppe persone hanno deluso, in qualsiasi ambito, compresi quei movimenti ed associazioni che si rifacevano ai grandi valori!

Oggi ci si domanda da dove ricominciare. Chi deve insegnare lo faccia pure, ma eviti giudizi a posteriori, e si renda conto che il terreno da bonificare è soprattutto quello della cultura di base perché anche la cultura è stata delegata a quattro convegni.

La maggioranza della gente sembra chiaramente decisa a fare piazza pulita di tutto e di tutti indistintamente, e vuole persone nuove, perché anche coloro che sono giovani di età, ma vecchi di politica, non vanno più bene; anche se il rischio che il nuovo di per sé non assicura il meglio. L’alternativa sembra essere il non voto, e questa è indubbiamente il pericolo peggiore.

La società civile e il movimento delle donne vengono visti come il serbatoio di novità, e forse da qui un contributo forte potrebbe arrivare, attraverso persone oneste e serie, anche se magari non abbastanza equipaggiate, ma disponibili ad offrire con generosità un tratto della propria vita per servire il bene comune, tornando poi in santa pace “al travaglio usato”. Siamo arrivati al momento del grande discernimento responsabile, su progetti e persone: pensiamoci finché c’è tempo.

Carlo Daccò

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