Il nettare dei colli rimane nelle cantine

Il nettare dei colli rimane nelle cantine

Il mercato snobba il doc banino

Non del tutto milanese, distante da Lodi: il vino di San Colombano fa i conti con un’ottima vendemmia e una produzione sempre migliore, ma anche con un mercato difficile, nel quale manca anche la spinta territoriale. Le cantine banine hanno cominciato a imbottigliare la vendemmia 2010 con risultati più che soddisfacenti: una volta vinificato, il prodotto conferma le buone impressioni di settembre. I vini rossi sembrano quelli che hanno goduto di più della maturazione lenta delle uve, con buon corpo, ottima struttura e ottima resa di profumi. La gradazione è elevata, sopra i 12 gradi, con problemi semmai per quelle vinificazioni leggere e di facile bevibilità, a bassa gradazione. L’annata si preannuncia ottima anche per il vino da destinare alle riserve, proprio perché molto ben strutturato e al tempo stesso ricco di aromi. Contrastanti i giudizi sui bianchi: per alcuni viticoltori il risultato qualitativo è leggermente inferiore a quello dei rossi, per altri invece è alla pari o addirittura superiore.

Di certo, rispetto al 2009, la quantità è tornata su standard più alti con una significativa percentuale in più di prodotto, dal 10 al 20 per cento a seconda delle zone di produzione collinare. In questo contesto positivo, a far male è il dato sul mercato: anche se singolarmente i produttori si dichiarano tutti soddisfatti dell’andamento delle proprie vendite, da più parti si chiarisce come ci siano difficoltà generali del settore e difficoltà proprie di una piccola zona di nicchia come San Colombano. Nel momento in cui la concorrenza si fa tutta sul prezzo, con vini che vanno ai ristoranti a due euro la bottiglia, un prodotto che cerca di ritagliarsi una nicchia di qualità, magari a 50 centesimi in più, fatica a trovare spazio. E per qualcuno, poi c’è anche un problema di territorio. «San Colombano non riesce a essere il vino del territorio - dice Federico Carenzi, tecnico della Nettare dei Santi di Riccardi, produttore a sua volta, ex presidente del Consorzio Doc -. Avevamo la pretesa di essere il vino di Milano, ma in realtà il mercato milanese ha un’aspirazione più ampia e fatichiamo a imporci. Potevamo essere il vino di Lodi e forse avremmo avuto più riconoscibilità geografica e magari maggior sostegno, ma oggi di fatto non è così». Eppure, aldilà dell’appartenenza amministrativa, non sono mancati i tentativi di fare sistema, per esempio con la ristorazione lodigiana. Tentativi che faticano a decollare però. «I ristoratori lodigiani non mettono in tavola il vino banino, non fanno una proposta territoriale, né per le cene libere né per le rassegne gastronomica come l’attuale Rassegna di Primavera - spiega Carenzi -. Si preferisce un Gutturnio piacentino, che costa magari 50 centesimi in meno alla bottiglia. Ma così facendo non si fa un bel servizio al territorio né alla qualità. Sarebbe interesse di tutti, aldilà dell’appartenenza, sviluppare a tavola la cultura del territorio lodigiano, compreso il vino banino».

Il nettare di San Colombano non è riuscito a imporsi come vino di Milano, ma neppure come quello del Lodigiano: le etichette banine pagano la mancanza di un riconoscimento territoriale


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