IL LIBRO - Don Enrico Pozzoli, il missionario di Senna Lodigiana che battezzò il Papa
Ferruccio Pallavera (Foto by Paolo Ribolini)

IL LIBRO - Don Enrico Pozzoli, il missionario di Senna Lodigiana che battezzò il Papa

Ferruccio Pallavera, grazie ad archivi e a un colloquio con il Pontefice, ne traccia il profilo

Il giorno di Natale del 1936 don Enrico Pozzoli, un missionario salesiano di origine italiana, amministrò il battesimo a un bimbo nato da genitori anch’essi provenienti dall’Italia, e dei quali lo stesso sacerdote aveva, l’anno prima, benedetto le nozze. Eventi felici ovviamente, ma dei quali non resterebbe traccia nella memoria collettiva, se quel bimbo non fosse, ora, Papa Francesco.

Siamo in età postcristiana - come dicono - ma si sa che, se uno diventa papa, nasce ovunque la volontà di sapere tutto di lui. Divenne, così, noto che i vincoli tra i parenti del bimbo e il missionario del battesimo erano di grande intensità, come risulta dalla documentazione, anche fotografica, in cui il sacerdote appare come loro amico e guida nel volgere degli anni. Preziose testimonianze di Papa Francesco, al proposito, diedero un felice risalto a tutto ciò, e basti ricordare quanto è citato ad litteram, nel presente volume, dai discorsi da lui tenuti a Valdocco e a Milano e, prima, nella conferenza all’Universidad del Salvador nel 1976.

Ampio, sempre a riguardo di don Pozzoli, è il quadro delineato nelle missive da lui indirizzate al salesiano Cayetano Bruno, lo storico della Chiesa in Argentina. Affascinanti si presentano, quindi, gli orizzonti di studio e di ricerca per documentare, nei dettagli, vicende in cui, tra personaggi e situazioni, spuntano ad altissimo livello i vincoli che, di fatto, esistono tra la macrostoria e la microstoria, nel ricamo dei fili invisibili che la Provvidenza dispone nei giorni ai noi concessi.

Per attendere a questi studi occorre essere provvisti di «spiccato acume archivistico», qualità evidente e ben nota nell’autore del presente volume, come autorevolmente si segnala nella prefazione, stilata dal nostro vescovo Maurizio. Del resto, nel nostro caso siamo ben oltre il valore della documentazione d’archivio, perché, all’autore del volume, Papa Francesco, il 17 luglio 2020, ha concesso personale udienza, consegnando anche foto inedite, ora pubblicate nel libro.

Nei sette capitoli in cui si articola la trattazione, la vicenda umana e sacerdotale di don Enrico Pozzoli è rievocata sia nei molteplici tratti di una natura interessata a svariate attività e iniziative, sia nel contesto di una società afflitta da forme anche estreme di povertà e in cerca affannosa di trovare, con l’emigrazione, lavoro e dignità. Il volume ricorda che «alla fine dell’800 furono 161.000 all’anno a lasciare l’Italia, diretti in Europa e altrettanti sbarcarono in America» (p. 54). Informatissimo sulla storia anche dei piccoli comuni del Lodigiano, l’autore si sofferma soprattutto sulle condizioni istituzionali ed economiche di Senna Lodigiana.

Don Pozzoli vi era nato nel 1880, settimo di nove figli. La parentela era vasta e nel volume si nota che, dall’Argentina, don Enrico tenne sempre stretti vincoli con i famigliari, tanto che la cugina Luigina Fontana, di 97 anni, conservava ancora dei ricordi, rinverditi, penso, nell’ultima visita del missionario, a Senna, nell’estate del 1960, un anno prima della morte, da cui fu colpito a Buenos Aires il 20 ottobre 1961.

Fra i tratti tipici del carattere di don Enrico, è ricordato, nel volume, il riserbo costante nel parlare di sé, per lasciare spazio all’attenzione e all’interesse per gli altri. La sua fede riusciva ad essere intensissima e mai ostentata, espressa in una vita di pietà di cui apparivano i tratti amabili e in grado di aver presa sugli spiriti. Spuntava talora, anche in questo settore dei vincoli con Dio, la capacità di giudicare gli eventi con intelligente realismo, tipica (pare) del buon senso lombardo. Avvenne infatti, nella fase acuta della sua malattia, che i Superiori lo invitassero ad offrire le sofferenze al Signore per l’aumento delle vocazioni. Egli rispose: «Pregherò per la perseveranza di quelli che stanno dentro!» (p.195). Eravamo agli inizi degli anni ’60, e i più avveduti percepivano l’incombere di grandi prove, per la Chiesa, in quel decennio e nei successivi.

Quanto alla capacità di fondere impegno spirituale e senso pratico, don Pozzoli può essere stimato un modello. Va ricordato anzitutto, a tale proposito, l’aiuto da lui ottenuto e trasmesso alla famiglia di Mario Bergoglio, che poté, così, liberarsi dai gravi danni economici subiti a seguito dei disastri politici che sconvolsero l’Argentina in quegli anni. Quanto a operosità pratica, nel volume si documentano le sue doti di fotografo, di esperto nel riparare orologi e nell’assistere anche concretamente i malati, come incaricato, ininterrottamente dal 1927, dell’infermeria di San Carlo, situata nella cosiddetta “Casa Madre”.

Non si aveva quasi notizia, neppure da parte di Papa Francesco, delle qualità di pittore di don Pozzoli. Anche qui «con spiccato acume archivistico» l’autore del volume ne individuò l’esistenza e ne delineò i tratti, come risultano da due dei suoi quadri, custoditi nelle abitazioni di parenti. Inventivo e geniale, don Pozzoli avvertì anche il fascino di quanto di nuovo e di ignoto poteva scaturire dal suo impegno missionario. Fu così che, nel 1924, accompagnò tre confratelli salesiani in una storica missione nella Pampa. Raccolse oggetti e fotografie per le esposizioni missionarie di Roma e di Torino, e tenne nota, in un diario, dei discorsi tenuti e dei sacramenti amministrati. Questo diario fu pubblicato nel 1950 a Buenos Aires, presso la «Casa del boletìn salesiano». Colpita dall’oblio, la pubblicazione non riuscì però a sottrarsi all’assalto investigativo dell’autore del nostro volume, che ebbe, così, occasione di parlarne con Papa Francesco.

Per questa ricchezza di doti umane così preziose nel ministero sacerdotale, sono da segnalare soprattutto due riferimenti. Già all’inizio della sua attività missionaria fra i chierici del noviziato di Bernal, don Pozzoli, come ricordavano alcuni anziani salesiani, riusciva a prendersi cura dei giovani aspiranti condividendone gli ideali anche nella fraternità della vita in comune. Tale spontaneità nei rapporti interpersonali stava alla base dell’assiduo suo impegno nel ministero della riconciliazione. Queste le parole di Papa Francesco nella testimonianza concessa all’autore del nostro volume il 17 luglio 2020: «Ci si rivolgeva a padre Pozzoli anche quando si aveva bisogno di un consiglio» (p. 68). A Milano, nel 2017, Papa Francesco lo aveva definito «apostolo del confessionale. Misericordioso, buono, lavoratore» (ib.). Anche a Senna Lodigiana si tramanda il ricordo di lui assiduo in questo ministero.

Era stata, dunque, accolta in pieno l’esortazione del rettore maggiore, don Rua, così formulata nella lettera autografa di presentazione del giovane don Pozzoli al Vicario preposto alle comunità che facevano capo a Buenos Aires: «Eccovi un campione, formate molti secondo il suo esempio» (p. 61). Giustamente si ricorda che, negli anni della formazione, don Pozzoli aveva avuto come educatore don Bernardo Savaré, fratello di don Luigi, il prete del nostro «oratorio cittadino», del quale è in corso la causa di canonizzazione. Don Luigi, nel vivo ricordo che di lui rimane fra noi, è sempre «il prete dei giovani» e la personificazione di un mondo di ideali e di valori, dei quali si spera che qualcosa riesca, persino oggi, a sopravvivere.

Ferruccio Pallavera. “Ho fatto cristiano il papa. Don Enrico Pozzoli, il missionario salesiano che ha battezzato papa Francesco” .

Prefazione Maurizio Malvestiti.

Libreria Editrice Vaticana (2021), pagine 219


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