Cella: «Non manchi mai il sorriso sotto le mascherine»

Cella: «Non manchi mai il sorriso sotto le mascherine»

Voltiamo pagina, parla Walter Cella, vicepreside del liceo Primo Levi

Barbara Sanaldi

Da docente di greco e latino, vicepreside di uno dei licei più noti e prestigiosi del Sudmilano, il “Primo Levi” di San Donato, a testimone e protagonista, assieme all’intero staff scolastico, di un evento che ha cambiato l’idea stessa del “fare scuola” per un’intera generazione di studenti e docenti.

A pochi giorni dalla fine di un anno scolastico davvero particolare, e in attesa di certezze su una ripresa ancora ricca di punti interrogativi, Walter Cella racconta così «le settimane che hanno cambiato il mondo».

Ci siamo trovati ad affrontare un evento che, con le ovvie differenze, pensavamo potesse essere relegato ai libri di studio. Qual è stata la prima reazione, da educatori ma anche da osservatori, alle prime notizie sul “lockdown”?«Le prime note ufficiali imponevano la chiusura delle scuole solo per sette giorni, tra l’altro quella era già una settimana “corta” e di certo pochi pensavano che la sospensione delle attività si protraesse per così tanto tempo: ci immaginavamo che si trattasse di un provvedimento temporaneo come capita in occasione di qualche nevicata particolarmente abbondante. Compresa la gravità della situazione, il primo pensiero è stato come non interrompere la relazione umana con i nostri studenti e come portare avanti la didattica tenendo lezione a distanza».Gli studenti non sono più una realtà “fisica” con la quale confrontarsi ogni giorno, ma immagini che rischiano di perdere corpo e sostanza, cosa significa per un docente non averli più davanti a sé?«Questo è senz’altro l’aspetto deteriore della DaD: se dal punto di vista prettamente tecnico le lezioni a distanza funzionano, manca tutto quello che attiene la relazione umana. È vero che si è creata una certa intimità da quando siamo “entrati” nelle case e nelle camerette dei nostri allievi e loro nelle nostre: vedi il letto disfatto alle loro spalle, i poster appesi alle pareti, i peluches che seguono le tue lezioni insieme con i ragazzi, tuttavia lo schermo fa perdere la percezione di tutte quelle dinamiche di classe che, in presenza, salterebbero subito all’occhio. Mi riferisco al linguaggio del corpo, alla battute che gli studenti si scambiano, ai comportamenti durante l’intervallo. Tutti questi aspetti non si possono percepire in una relazione a distanza».Pronunciando lo slogan “Voltiamo pagina”, cosa viene in mente? «Quando, leggendo un romanzo, si volta pagina, la storia non ricomincia dall’inizio, ma procede modificandosi. A me viene in mente questo: non potremo cominciare da zero, ma dovremo necessariamente convivere con l’esperienza di questi mesi. Un’esperienza, però, che non è del tutto negativa: pensiamo alle competenze informatiche che tutti, allievi e docenti, hanno sviluppato in questo periodo. Qualche studente, specie dei primi anni, aveva una conoscenza molto superficiale delle potenzialità del proprio computer; ora, invece, sa gestire le email, sa partecipare ad una videolezione, sa svolgere ed inviare i propri lavori tramite le diverse piattaforme in uso. Noi docenti, poi, abbiamo adottato nuove strategie per far fronte alla DaD: abbiamo ripensato alle nostre lezioni, abbiamo cercato nuovi strumenti più performanti, abbiamo sfrondato dai programmi quelle parti non proprio essenziali. Voltando pagina, cominceremo a scrivere sul nuovo foglio bianco tenendo presenti queste competenze ormai acquisite».Cosa vi augurate per il prossimo futuro e per i prossimi mesi?«L’augurio più importante è quello di riuscire a lasciarsi alle spalle l’emergenza sanitaria, poi quello che l’inevitabile crisi economica non produca effetti devastanti in termini di perdita di posti di lavoro e di disagio sociale. Non ultimo mi auguro di rientrare a scuola e di ritornare alla normalità anche se parlare di normalità sembra difficile. L’importante è che, sotto le mascherine che probabilmente dovremo indossare durante le lezioni, non manchi mai il sorriso di noi docenti, ma, più importante, dei nostri studenti».n 

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