I lodigiani nell’inferno del G8 di Genova
Un'immagine d’archivio mostra gli scontri del 2001 a Genova

I lodigiani nell’inferno del G8 di Genova

Il ricordo di chi è stato testimone dei disordini di vent’anni fa nel capoluogo ligure

Un’esperienza tragica e angosciante per tanti, ma ricca di valori, per altri soltanto un’ipotesi, quasi per tutti uno spartiacque personale e collettivo, anche se da lì a un paio di mesi il mondo intero fu sconvolto dalle Torri Gemelle di New York e dalla nuova guerra mondiale al terrorismo. A 20 anni di distanza dal Genoa Social Forum e dal G8 di Genova, anche i lodigiani che allora furono presenti o non poterono esserlo ricordano quell’evento. E la prospettiva storica con cui oggi si possono leggere quei fatti è ben diversa dalle sensazioni che si vissero in presa diretta in quei giorni, dal 16 luglio al 22 luglio.

Una settimana intera. Infatti, l’attenzione e il ricordo sono focalizzati sui fatti di piazza Alimonda del 20 luglio e la morte di Carlo Giuliani, sulla scuola Diaz del 21 luglio e la macelleria messicana, e poi le torture alla caserma di Bolzaneto. Ma Genova per il Movimento era l’apice di un percorso iniziato mesi prima, un percorso fatto di studio, analisi e proposte, di alternativa al mondo come si conosceva. Fu un grande movimento popolare come non si vedeva dal 1968, e teneva dentro tante anime, di sinistra, ambientaliste, cattoliche. C’erano Rifondazione Comunista, la Sinistra Giovanile, i Verdi, le sigle ambientaliste, la rete Lilliput, gli oratori, i centri sociali anche. Pure i black bloc, qualsiasi cosa significhi. Tutti nel segno del No Global, una traccia che da Genova in poi perse slancio e si sfilacciò non trovando più la stessa forza di prima.

Rifondazione Comunista, con il segretario Andrea Viani e FrancoTonon e il compianto Carlo Carelli, organizzò 5 autobus, quasi 250 persone. Altrettante raggiunsero Genova con mezzi propri dal Lodigiano, e molti si tirarono indietro proprio il sabato mattina, dopo le notizie tragiche del venerdì sera. «Da mesi ci preparavamo con incontri, studi e riflessioni, eravamo in fermento perché avevamo la sensazione che il Movimento fosse in grande crescita e potesse dare una direzione diversa al futuro – ricorda Giovanni Bricchi, oggi nella segreteria della Funzione pubblica della Cgil -. Partimmo il sabato mattina, sapendo che la situazione era tesa. Ci ritrovammo a metà corteo, davanti i lacrimogeni, subito dietro le cariche della polizia che voleva rompere in due il corteo. Scappammo, qualcuno cadde e si fece anche male. Non avevamo la percezione completa di quanto stesse accadendo, ma che ci fosse un disegno e qualcosa di strano era evidente: davanti i black bloc spaccavano tutto impuniti e non toccati, le forze dell’ordine caricavano noi che manifestavamo pacificamente». Altri lodigiani hanno affidato ai social in questi giorni i loro ricordi, come Michela Sfondrini, che ha scritto: «A distanza di vent’anni non smetto di ricordare la bellezza di ciò che fu, provo malinconia e nostalgia per come eravamo e per quello che avremmo potuto essere. E mi resta una certezza: avevamo ragioni su tante, tantissime cose: povertà e disuguaglianze, debito ecologico, globalizzazione economica e finanza, diritti, conflitti». O come Chiara Cremascoli che ricorda la fuga per i vicoli di Genova insieme ad Andrea Poggio di Legambiente. «Fu tutto molto strano – ricorda FabioAbati, giornalista freelance all’epoca collaboratore anche de Il Cittadino -. Ci ritrovammo in una bolgia, senza capire benissimo cosa stesse accadendo. Vedevo violenze gratuite di alcuni manifestanti, ricordo un supermercato saccheggiato e manifestanti che esibivano una forma di mortadella come fosse un trofeo. Vedevo le cariche esagerate della polizia, le lacrime dei negozianti. Fu un caos totale. A distanza di anni, la prospettiva e il giudizio su quanto accadde è molto diverso, oggi si può leggere un disegno compiuto dietro quei giorni di follia». Per altri Genova fu solo un’ipotesi. La Sinistra Giovanile doveva partire sabato mattina, ma dopo la morte di Carlo Giuliani decise all’ultimo di bloccare l’autobus, 55 persone, di cui 23 minorenni. «Arrivarono disdette e perplessità da alcuni dei più giovani, ma non ci fu alcuna decisione del partito – spiega Mauro Soldati, all’epoca segretario della Sinistra Giovanile dei Ds -. Decidemmo noi giovani in autonomia, e fu una scelta sofferta, perché capivamo di mancare a una testimonianza importante. A prevalere però fu il principio di tutela, e visto quanto accadde, facemmo bene: la sensazione che ne ricavammo fu quella di una sospensione della democrazia. I valori e i principi di quel dibattito continuarono ad animarci, però, tanto che mesi dopo invitammo a Lodi Giuliano Giuliani, il papà di Carlo, per un incontro pubblico».

E per molti quei valori sono rimasti alla base della propria azione: nel sindacato si sono fatti strada nella Rete 28 aprile, in diversi partiti sono diventati temi fissi, per molti altri sono rimasti dei fari di un’attività nella società civile. Del resto, alcuni dei temi di maggiore attualità e dibattito oggi come la transizione ecologica, la questione dei migranti, la critica al neo-liberismo, il problema di un riequilibrio globale delle risorse, alla fine erano già tutti dentro le discussioni di 20 anni. Rallentati dalla repressione e dalla sospensione del dibattito democratico, ma alla fine non fermati.


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