CORONAVIRUS «Ho visto morire vicini di letto»: la testimonianza di Domenico Bellani

CORONAVIRUS «Ho visto morire vicini di letto»: la testimonianza di Domenico Bellani

Il consulente finanziario di Sant’Angelo ha trascorso sedici giorni al Policlinico San Matteo di Pavia

Uno dei volti che non dimenticherà è quello di un’anziana donna con cui ha condiviso due, tre ore al massimo. Era seduta accanto a lui al pronto soccorso, dove è rimasto tre giorni in attesa di un posto. La donna stava male ed è morta in un soffio, senza poter salutare nessuno. «L’hanno presa e messa in un sacco nero – racconta con un filo di voce Domenico Bellani, 57 anni, consulente finanziario di Sant’Angelo - : il braccialetto dell’ospedale lo hanno appeso al sacco, all’esterno». E poi i pazienti che non riuscivano a sopportare il casco per migliorare l’ossigenazione e tentavano di strapparselo dalla testa e ancora la signora con cui ha condiviso poche e dolorose parole. Quelle che traducevano l’intraducibile: la perdita del marito due giorni prima senza un saluto e l’impossibilità anche di assistere alla tumulazione, dopo 60 passati insieme. Oggi Bellani sta meglio, è a casa da venerdì e iniziano a migliorare ossigenazione e pressione arteriosa dopo giorni di montagne russe. Ha passato sedici giorni al Policlinico San Matteo di Pavia. «È stata un’esperienza molto cruda e dura e fino a che non entri in quei reparti non lo sai», spiega. Per lui tutto è iniziato il 10 marzo, con una febbre a 38.5 gradi che scendeva fino a 37 con una tachipirina mille, ma non spariva mai e dopo poche ore risaliva. Quando è emerso il caso 1 di Codogno, Bellani già aveva dei sintomi influenzali: mal di gola e mal di testa. Il medico curante, dopo qualche giorno di febbre, gli ha prescritto una lastra al torace, che ha fatto emergere una serie di problematiche e ha dato il là ad altre analisi. La saturazione del sangue era già a 79, «ma non sapevo cosa significasse: oggi ho capito che va bene quando supera 95. Impari anche queste cose».

Il 19 marzo la chiamata al 112 e il trasporto al Policlinico San Matteo di Pavia. «Qui hanno iniziato a bombardarmi di antibiotici, per tre giorni su una sedia del pronto soccorso: tutti i posti erano occupati, vedevo persone accanto a me morire». Come l’anziana donna, «che mi è morta praticamente di fianco, dopo due o tre ore, o quella signora che mi ha raccontato piano della morte del marito di due giorni prima: era lì e non poteva nemmeno salutarlo o esserci alla sepoltura. È un virus che non guarda in faccia a nessuno, questo. Nemmeno ai sentimenti però in quei sedici giorni di isolamento in ospedale, dove non puoi vedere nessuno dei tuoi familiari, tua moglie o i tuoi figli, e hai solo il telefono a farti compagnia e da filtro di contatto con il mondo, osservi. E io ho visto persone di un’umanità straordinaria: i medici, gli infermieri, bardati da capo a piedi, al punto che era impossibile anche capire se era uomini e donne. Potevi riconoscerli solo dalla voce. E hanno fatto di tutto, queste persone, per infondere coraggio, trasmettere buonumore, rendere tutto questo meno angoscioso e pesante».

Oggi il 57enne è in isolamento domiciliare, in attesa di riprendere la sua vita, una volta che avrà avuto gli esiti di un altro tampone, il sesto dall’inizio di quest’incubo. Gli ultimi tre già erano negativi. «È un’esperienza impressionante, ma sono qui a raccontarla, mentre tante altre persone non possono più farlo. Io lo faccio perché voglio dire a tutti di proteggersi, di tutelarsi con ogni mezzo. Di usare le mascherine e i guanti e evitare ogni contatto diretto, anche con gli oggetti, perché bisogna evitare in ogni modo di imbattersi in un virus capace di intraprendere un’opera di distruzione».


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