ESCLUSIVA - Parla l’ex assessore regionale alla sanità Gallera: «Il tempo è galantuomo»
La visita di Gallera a Codogno nel luglio scorso (Foto by archivio)

ESCLUSIVA - Parla l’ex assessore regionale alla sanità Gallera: «Il tempo è galantuomo»

Congedato a Natale dalla giunta regionale: «Mi sono sentito un capro espiatorio, adesso sto lavorando in commissione per una nuova normalità»

«Il tempo è galantuomo». Si esprime così Giulio Gallera, «capro espiatorio» di una situazione che, in Regione Lombardia, dopo di lui non è andata così bene, se pensiamo alla gestione delle prenotazioni vaccinali. Estromesso dalla giunta a Natale e sostituito da Letizia Moratti, ora ha deciso di rompere il silenzio.

Dopo mesi di silenzio ha accettato di parlare.

«Ho iniziato da subito a lavorare nella quarta commissione attività produttive, ho iniziato a occuparmi dell’altra faccia della pandemia. Sono il consigliere più votato di tutta la Regione e quindi ho rinnovato, in questo senso, il mio impegno».

Si occupa di ristori.

«Certo. Ho lanciato il manifesto della nuova normalità. Dico che bisogna fare lo sforzo per riaprire tutte le attività in sicurezza. Lo dico al governo Draghi che sta continuando sulla falsariga del governo Conte. A novembre il governo si è completamente dimenticato delle attività produttive, teatri, cinema, palestre, ristoranti non hanno mai più riaperto. Invece si possono riaprire in sicurezza e avevamo dimostrato di poterlo fare. Al parco si trovano persone sedute vicine con il panino in mano e i ristoranti, i teatri e i cinema, dove si sta seduti distanziati con le mascherine, chiusi».

Non è preoccupato?

«In Lombardia l’ Rt è sotto l’1. Dopo Pasqua devono essere riaperte tutte le attività. A metà febbraio io ho lanciato l’iniziativa sui ristori. Ho invitato le persone e i gestori delle attività a inviare una mail a [email protected], invitando a comunicare le difficoltà. Siamo stati sommersi. Ho ricevuto mille mail. Ho incontrato 100 persone, ristoratori disperati, agenti di viaggio con situazioni drammatiche, gestori di palestre strangolati dagli affitti: una situazione molto grave».

I ristori sono stati insufficienti?

«Alcuni hanno coperto pochissimo, in alcuni casi non sono stati nemmeno previsti. Le copisterie facevano i menu per i ristoranti e stampavano i manuali per le università, ma i ristoranti e le università sono chiusi e quindi sono state penalizzate, idem le sartorie, lavoravano per i negozi, sono andate in difficoltà. Poi c’è tutto il mondo aeroportuale, gente che preparava 700 pasti al giorno, adesso ne fa 70, ho incontrato una realtà che lavava cuscini e coperte degli aerei, che con le partenze ferme è in crisi. Per tutte queste persone non ci sono stati ristori. I locali, chiusi, si sono trovati a pagare la tassa dei rifiuti e hanno continuato a pagare affitti onerosi, senza alcuna agevolazione».

Nella prima fase pandemica si è sbagliato qualcosa e cosa?

«Sono passati molti mesi, da quanto emerge si scopre che gli attacchi a Regione Lombardia erano strumentali. Siamo stati i primi ad essere colpiti alle spalle, nessuno ci aveva dato gli strumenti e le competenze. Lo dice anche l’ultimo decreto legge. La responsabilità era dello Stato, non ci è stato dato nulla, partendo da Codogno dove arrivavano decine di persone. Abbiamo salvato la vita a tanti. Siamo stati sbeffeggiati sull’ospedale in fiera, quando nella seconda e terza ondata è stato fondamentale. In questa ondata abbiamo dimostrato di essere i migliori».

Nelle Rsa ci sono stati molti focolai, tanti decessi. Sono state chiuse, poi riaperte, poi ancora chiuse. Si è sbagliato?

«Il virus è arrivato nella nostra regione tra ottobre e novembre del 2020. Questo l’hanno detto gli scienziati, con una variante su Lodi e Codogno e una più letale e aggressiva a Bergamo. Il virus era entrato prima, con i parenti, e anche in ospedale. L’abbiamo visto anche a settembre, quando eravamo preparati, il virus è rientrato ancora in corsia. E soprattutto, sono state colpite tutte le Rsa del mondo. In Canada hanno chiamato l’esercito per gestire le Rsa, ci sono nazioni che hanno avuto numeri più alti della Lombardia. Noi le abbiamo chiuse nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2020, abbiamo fatto tutto quello che doveva essere fatto. Il resto è colpa del Covid».

Adesso le Rsa potrebbero riaprire alle visite dei parenti?

«Gli anziani sono vaccinati, facendo fare i tamponi rapidi ai parenti, se non proprio adesso, da qui a poco, si può riaprire. Quello della relazione con i famigliari è stato uno degli aspetti più drammatici della pandemia».

Gli hotel Covid avevano un senso? Hanno faticato a partire, poi non è andato nessuno.

«Ieri , ma anche oggi, la grande difficoltà è la grande quantità degli assistiti. Non è stato facile separare le persone dalle famiglie. A volte era già tardi quando si individuava un positivo, perché c’erano degli asintomatici».

Si è sentito tradito dalla giunta Fontana? Ha pagato per una campagna vaccinale che poi ha mostrato di essere comunque fallimentare.

«Sono contento che il tempo sia galantuomo. Le critiche di marzo erano infondate e ingenerose. Si è visto che le criticità non erano legate alla mia guida, ma ad altri dati. Poi la politica ha deciso l’avvicendamento. Quando si fa politica è così, ma io ho continuato a lavorare. Registro che il tempo, in qualche modo, rende giustizia».

Cosa rifarebbe e cosa no?

«Tutte le decisioni sono sempre state prese con il presidente e il Comitato tecnico scientifico fatto dai più grandi esperti. Nei momenti più convulsi abbiamo scelto di salvare la vita alle persone in poco tempo e ce l’abbiamo fatta. Non ho nulla da rimproverarmi da questo punto di vista»

È stato travolto da una cosa più grande di voi.

«Certo. Angela Merkel, il cancelliere della Germania vista come la nazione più efficiente ha chiesto scusa perché non sanno gestire il virus. È il virus che è fatto così. Questo è successo ora, figuriamoci a marzo 2020. In Campania, in Lazio, le persone sono rimaste 4 giorni in ambulanza in attesa di entrare in pronto soccorso. Questo da noi non è mai successo, neanche a marzo 2020».

Durante la pandemia il sistema territoriale ha rivelato tutte le sue criticità.

«Quello della medicina territoriale è un problema, ma è un problema italiano, non lombardo e ha poco a che fare con il Covid. Come mai il Veneto e la Toscana sono diventate rosse? È un virus che non si riesce a gestire sul territorio. Il problema è che sulla medicina territoriale non si è mai investito, i medici di medicina generale andavano in pensione e non venivano sostituiti e rispondono a un sistema vecchio».

Se l’Ats di Lodi fosse autonoma e non nella grande Ats di Milano sarebbe stato diverso?

«No».

I tracciamenti però non hanno funzionato.

«Non funzionano perché c’è il Coronavirus, non si riesce a ripercorrere il tragitto del virus. Per questo la Germania o l’Emilia sono state chiuse, perché fanno fatica a fare i tracciamenti. Noi avevamo 3mila positivi al giorno, voleva dire fare 30mila telefonate al giorno, solo per i nuovi casi. Milano non è andata peggio di Brescia e Bergamo perché è una grande Ats. I numeri del Lodigiano sono stati inferiori al Milanese nella seconda ondata perché era stata colpita di più prima».

La sanità lombarda non è stata troppo ospedalocentrica, da Formigoni in poi? Ha messo troppa enfasi e risorse nella sanità privata, ha centralizzato le attività di elite nei centri privati e lasciato agli ospedali pubblici l’attività di emergenza urgenza e i pronto soccorso che, tra l’altro sono sempre sovraffollati perché la medicina territoriale non funziona...

«No, nella classifica dei 100 ospedali migliori, i primi 10 sono lombardi e molti pubblici. Durante la pandemia gli ospedali pubblici e privati hanno collaborato. Il problema del sovraffollamento dei pronto soccorso è mondiale. Quando abbiamo fatto la riforma, con la legge 23, abbiamo invitato i medici di medicina generale a mettersi insieme. Quella riforma andava nella direzione della medicina del territorio, ma non abbiamo potuto imporlo. Anche la legge Balduzzi prevedeva i centri con gli aggregati dei medici di medicina generale, ma non c’erano gli strumenti per imporlo. Siamo in un momento di svolta in cui si è capito che la sanità non è un costo, ma un rendimento. Abbiamo portato 1000 infermieri di comunità. Il sistema sanitario va ristrutturato in maniera sana, non mettendosi gli uni contro gli altri. I medici di medicina generale sono fondamentali per il sistema territoriale, ma non possiamo basarci sulla loro volontà di non aprire alla telemedicina o ad altri progetti».

Adesso si sta riformando la legge.

«Bisogna solo trovare gli strumenti per applicarla, non demolirla. Non dimentichiamoci che ho portato le borse di studio per i medici di base da 100 a 380. Va risolta la frammentazione del sistema tra ospedale e territorio».

Però Asl e Ao prima erano unificate nell’Asl e sono state separate.

«Senza andare così indietro, la riforma del 2015 ha riportato le attività erogative in ospedale. Per lavorare bene ci vuole un lavoro sinergico».

Ci ricorda cosa è successo quella sera del 20 febbraio 2020?

«Ero a cena ad Abbiategrasso, mi ha chiamato il mio direttore generale, alle 21.30, ho chiamato subito il presidente e il ministro, poi sono corso in Regione per la prima unità di crisi. Abbiamo lavorato fino alle 3 di mattina. Abbiamo portato a fare il tampone i due genitori e la moglie di Mattia Maestri. Poi abbiamo rintracciato l’amico, quello che avrebbe dovuto essere il paziente zero e, con i carabinieri, l’abbiamo portato subito al Sacco, alle 2 di notte, a fare il tampone. Mi ricordo l’operatore dell’Ats, nella stanza di fianco, che cercava d ricostruire tutti i suoi contatti per il tracciamento».


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