È possibile uscire dalla crisi?

Il premio nobel Joseph Stiglitz, che non è solo un prestigioso accademico, ma è stato consigliere economico di Clinton e “Chief economist” della banca mondiale, ha scritto in questi giorni che il 2012 sarà un anno pieno di pericoli dovuti alla crisi dell’economia globale. Altrettanto preoccupante l’allarme lanciato dal Presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, secondo il quale la situazione della zona euro è persino peggiorata rispetto all’ottobre 2011 e le manovre di risanamento dei conti pubblici, per quanto doverose, avranno effetti recessivi. Sembrerebbe che per quanti sacrifici si facciano non si riesca a soddisfare l’appetito insaziabile dei così detti “mercati finanziari” il cui potere distruttivo ha bruciato in breve tempo una quantità inimmaginabile di risorse accumulate con sacrificio negli anni.A partire dal 2008, il discutibile boom finanziario del decennio precedente sta facendo maturare i suoi frutti avvelenati. La crisi era partita dagli Stati Uniti con la così detta “bolla immobiliare” dovuta all’irresponsabile crescita speculativa del settore costruzioni, ma grazie all’interconnessione dell’economia su scala globale si è estesa a tutto il mondo. Se le economie dei paesi sviluppati sono particolarmente danneggiate dalla crisi, non lo sono di meno i paesi più poveri del pianeta ed anche per i paesi emergenti (come ad esempio il Brasile) si profilano nubi sul loro processo di crescita, ovviamente legato alla situazione economica del resto del mondo. La globalizzazione dell’economia, con la libera circolazione dei capitali, delle risorse umane, delle tecnologie e delle merci sembrava essere la completa realizzazione di un sistema economico che avrebbe potuto risolvere in prospettiva i problemi dell’umanità, con maggiore eguaglianza e giustizia sociale.In realtà il modo in cui è stata gestita la globalizzazione, sostiene Alain Touraine , ha privilegiato gli aspetti ideologici rispetto a quelli politici, in quanto le istituzioni di potere mondiale, le banche e soprattutto il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio e la Banca Mondiale hanno privilegiato l’imposizione agli Stati di una logica strettamente economica, in assenza di obiettivi politici e sociali. In nome dell’assoluta libertà dei mercati finanziari si è diffusa una forma di capitalismo estremo, che è in grado di distruggere l’economia e la società degli Stati che non sono in grado di adeguarsi alle aspettative di rendimento degli investimenti finanziari, per loro natura instabili e mutevoli. L’economia finanziaria non sostiene più ma mette in pericolo l’economia reale e con essa è in grado di distruggere le opportunità di crescita di un paese, le fatiche e gli sforzi degli imprenditori, le speranze dei lavoratori e, soprattutto, dei giovani. In molti paesi si mette in pericolo, oltre al futuro dello Stato anche quello della democrazia.Non è un caso che lanciando il suo allarme Mario Draghi indichi che «la crescita e l’occupazione stanno diventando sempre più gli obiettivi principali da perseguire, congiuntamente col consolidamento fiscale».D’altra parte sia in Europa che a livello mondiale manca un’autorità politica in grado di regolare la libertà dei mercati, tenendo conto degli obiettivi sociali e politici necessari per la stabilità e la crescita della società. Naturalmente una governance mondiale è un obiettivo molto difficile da perseguire, ma è sicuramente impossibile se l’Europa non trova la strada per costituire un’unità istituzionale e politica coesa, capace di trovare degli accordi politici con gli Stati Uniti, il Giappone e i principali paesi emergenti (Russia, Cina, India e Brasile, Sud-est Asiatico).Il ritorno allo Stato nazionale, con il disfacimento dell’Europa e l’abbandono dell’euro, oltre ad essere una iattura, sarebbe una scelta inconsulta e stupida, apprezzata solo da persone senza cultura o in mala fede. È essenziale che il processo di unificazione europea prosegua rapidamente fino alla costituzione di una Federazione di Stati, in grado di affrontare le sfide e le contraddizioni della post-modernità. Non si può tornare indietro rispetto all’economia globalizzata, ma bisogna fare in modo che essa funzioni. Stiglitz ha analizzato con grande competenza le cause degli attuali fallimenti della globalizzazione. Le istituzioni economiche internazionali, che hanno privilegiato gli interessi economici e commerciali, hanno generato enormi problemi economici e sociali sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Non è possibile delegare tutto ai mercati, in quanto alcuni beni sono pubblici per definizione. Inoltre in molti settori i mercati non riescono a regolarsi da soli né a svolgere un ruolo di stabilità economica, che solo un governo politico può svolgere. Esistono questioni globali che riguardano la salute (es. AIDS), l’inquinamento, i cambiamenti climatici del pianeta, gli aiuti umanitari, per i quali è indispensabile privilegiare non gli interessi economici ma quelli politici. Serve un cambio di mentalità nella gestione delle istituzioni internazionali ed è necessario riformare il sistema finanziario internazionale, per realizzare una globalizzazione dal volto umano, di cui Stiglitz indica le principali linee di intervento. Sia a livello mondiale che americano ed europeo è mancata un’adeguata azione politica, capace di promuovere una crescita equilibrata e sostenibile. In assenza di una politica di largo respiro internazionale è difficile uscire da questa crisi, che non può essere risolta solo sul piano finanziario. Certo è indispensabile puntare al pareggio di bilancio e alla riduzione del debito pubblico, ma, senza investimenti in settori capaci di fare da volano per la crescita, è difficile rilanciare l’economia e anche, di conseguenza risanare il debito pubblico. Affrontare i problemi a lungo termine legati ad esempio alla soluzione del riscaldamento globale (come suggerisce Stiglitz), al miglioramento dell’efficienza negli impieghi oltre che nella produzione dell’energia, all’aumento della produttività nella produzione delle energie alternative e, infine, allo sviluppo di un’economia basata sullo sviluppo sostenibile, costituirebbe l’avvio di un ciclo virtuoso con ricadute anche immediate sull’occupazione e sulla crescita. Una tale politica economica ed industriale richiederebbe un impegno senza precedenti nella ricerca scientifica e nell’innovazione. Le risorse finanziarie per tali ambiziosi programmi potrebbero essere recuperate in vario modo. Pensando alla situazione americana, Stiglitz suggerisce in primo luogo, senza allargare il deficit fiscale, una redistribuzione del carico fiscale per categorie, aumentando le tasse ai ceti sociali più ricchi e riducendoli progressivamente ai ceti medi e a quelli più poveri, con effetti immediati sulla crescita della domanda e sull’occupazione. Per quanto riguarda la situazione italiana, particolarmente anomala, l’elevatissimo livello dell’evasione fiscale e della corruzione sarebbero i serbatoi a cui attingere, con un’azione continua e sistematica e con l’integrazione intelligente di tutte le organizzazioni dello Stato e dei relativi sistemi informativi. Occorre anche trasformare i cittadini da complici dell’evasione in sostenitori della legalità, introducendo, almeno per certi consumi, meccanismi di sgravio dell’IVA e migliorando la qualità e l’equità dei servizi forniti dallo Stato. Inoltre, ci sarebbe molto da fare sul piano organizzativo e manageriale per aumentare l’efficienza e la produttività di tutti i settori dell’amministrazione dello Stato, sia a livello centrale che locale, eliminando sprechi e costi ingiustificati. Una politica sistematica di eliminazione delle rendite di posizione e dei privilegi di casta sarebbe ugualmente indispensabile in tutti i settori. Per richiamare gli investimenti stranieri non speculativi è indispensabile essere affidabili e questo è uno dei fattori competitivi.Uscire dalla crisi è possibile, ma oltre a far ordine nei conti è essenziale una strategia politica condivisa a livello europeo. Che l’Europa abbia un futuro è indispensabile sia per l’Italia che per la stabilità mondiale e in questa direzione sta operando il Presidente Monti.


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