È allarme case di riposo nel Lodigiano: «Conti in rosso, tanti privati pronti ad acquistarle»
Il giardino di Santa Chiara

È allarme case di riposo nel Lodigiano: «Conti in rosso, tanti privati pronti ad acquistarle»

Si rischia la svolta dallo spirito di servizio al business. Le attuali rette non bastano quasi mai.

La difficile eredità del Covid, coperta solo parzialmente da contributi regionali per il 2020 ed estesa poi a tutti i primi mesi del 2021, i protocolli ancora in atto, e poi l’aumento spropositato delle bollette e il costo del personale, già alzatosi per la carenza di figure professionali e potenzialmente ad elevato impatto per il rinnovo del contratto. Le case di riposo del territorio vivono ancora una condizione difficile dal punto di vista economico, con bilanci traballanti e la prospettiva di alzare le rette per provare a mettere un argine alla gestione. E la tentazione di medio periodo, con la politica che guarda altrove, può essere quella di cedere alle lusinghe dei grandi gruppi nazionali e internazionali, che formalmente o informalmente nei mesi passati hanno fatto recapitare praticamente a tutte le Rsa nostrane la manifestazione d’interesse a rilevare l’attività.

Nell’inverno 2021-2022 i costi delle bollette sono esplosi, arrivando a triplicare la spesa, da 6mila a 18mila euro a marzo, in una struttura di media grandezza (70-80 posti letto) e tutte le forniture hanno visto aumenti importanti. E alle difficoltà strutturali, si somma una difficoltà di cassa, perché a oggi Regione non ha ancora riconosciuto i saldi del budget 2021, solo il 5 per cento, ma per alcuni somme fondamentali per l’ordinaria gestione.

«Le difficoltà sono queste, inutile girarci attorno – dice Simona Sarchi, direttore generale Santa Chiara di Lodi -. Credo che in molti guarderanno all’adeguamento delle rette come unica possibilità per mantenere una gestione in equilibrio, soprattutto quelle strutture che da anni sono rimaste ferme nella politica tariffaria». «C’è anche un problema di fiducia da recuperare negli utenti – spiega Giovanni Grecchi, direttore delle Opere Pie di Codogno -. L’equilibrio, precario, si raggiunge solo chiedendo a tutta la struttura uno sforzo costante di attenzione a evitare ogni minimo spreco. Ma per quanto si può andare avanti così?».

La tentazione, per qualche fondazione meno solida, potrebbe essere quella di passare la mano. Un gestore che preferisce l’anonimato racconta: «I grandi gruppi privati, senza legami con il territorio, si possono permettere gestioni più profittevoli: con meno qualità e servizi, i loro bilanci possono stare in utile. È la differenza tra chi guarda al business e chi prova a conciliare sostenibilità, umanità e servizio al territorio».


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